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ALTOMONTE

Il paese è posto a Km. 8,5 dallo svincolo omonimo. E' impossibile, parlando di Altomonte, non ricordare subito che a tutt'oggi rimane l'esempio più eloquente, e purtroppo isolato, di come l'azione del feudalesimo, almeno per un certo periodo, fu da queste parti, tutt'altro che negativo. Già centro di baronia normanna, come racconta Gustavo Valente, si pone all'attenzione generale, nel 1304 quando un tal Guglielmino discendente delle famiglie Pallotta e Vulcano, sposa Margherita d'Aquino "la bella amica di Re Roberto, genitrice della famosa Fiammetta cara al Boccaccio, la quale, rimasta vedova, si rimarita col milite Filippo di Sangineto, vedovo anche lui, alle cui capacità militari e diplomatiche atte per far facilmente carriera, ella accompagna l'appoggio del suo ascendente presso il Sovrano" (1). In breve tempo, infatti, diviene reggente della Gran Corte della Vicaria e, dal 1334 al 1347, Regio Siniscalco in Provenza. Papa Clemente VI, per ripagarlo dei suoi consigli, intercede presso la Regina Giovanna I e lo fa nominare conte. Dalla prima moglie era nato Ruggero che finiva i suoi giorni terreni anzitempo e consentiva al figlio Filippo II, più noto come Filippello, di diventare feudatario di Altomonte.

A questa famiglia, in prosieguo di tempo, subentrarono i Sanseverino. Nel XIV secolo, tra le opere che si devono all'attivismo di Filippo Sangineto, prima fra tutte, è da annoverare la costruzione della chiesa di Santa Maria della Consolazione, eretta sulle mura di un edificio sacro preesistente denominato Santa Maria de Franchis che, con buona probabilità, era stato consacrato nel 1052. L'intenzione e la volontà di Filippo Sangineto di ingrandire, o meglio, ricostruire la modesta chiesetta normanna veniva espressa sia nel testamento rogato nel 1336 a Nizza, sia l'anno successivo in quello rogato ad Aix en Provence nel quale lasciava 200 once d'oro in carlini d'argento. L'inizio dei lavori dovette avvenire poco dopo il 1342 in seguito alle cinque bolle papali nelle quali si concedeva di riedificare la chiesa, il jus patronato alla famiglia Sangineto, l'assenso perché‚ la chiesa fosse dedicata a Santa Maria della Consolazione e la scomunica per chiunque tentasse di rubarne opere sacre.

Con l'estinzione della linea maschile dei Sangineto, avvenuta nel 1377 e, in seguito alle nozze tra Margherita, ultima erede, con Venceslao Sanseverino e alla successiva infeudazione, avvenuta l'anno successivo, da parte di Carlo III di Durazzo a Giovanna Sanseverino, il jus patronato della chiesa passò a quella che, dopo qualche generazione, doveva diventare la famiglia feudale più potente del Regno di Napoli.

L'aspetto esterno di chiara marca gotica, si rifà ai gusti della corte napoletana del tempo e mostra di aderire alla "grande architettura gotica di Francia". "Basti osservare - scrive la Di Dario - il susseguirsi dei soli contrafforti sormontati da doccioni nella zona absidale esterna; la terminazione piatta dell'abside come in San Pietro a Maiella, in Santa Barbara e a Santa Chiara; la presenza di un torricino poligonale nella facciata che è chiaramente ispirato ai quattro snelli torricini angolari di Santa Barbara in Castelnuovo; la diversità del tipo di copertura che è a volte nell'abside e nel transetto, a capriate nella navata sulla cui grande spazialità amplificata in tutte le direzioni è concentrato il significato artistico dell'edificio. Il quale presenta una sua precisa ed originale caratterizzazione anche per quel che riguarda il tipo di ornamentazione che mostra rapporti assai stretti, anche se semplificati,- nell'abside, nel rosone, sul portale - con le grandi cattedrali di Francia... (2). A rafforzare tale considerazione contribuiscono la "Madonna col Bambino" del timpano del portale e, nelle nicchie laterali, due sante di cui ne resta solo una, entrambe in stile gotico, oggi custodite nell'attiguo museo. Il portale che richiama forme senesi-napoletane, presenta un inconsueto architrave orizzontale ricco di decorazioni vegetali gotiche. La forma particolare di questo portale - arco acuto che sovrasta un arco a sesto ribassato - ha generato diverse ipotesi circa la data della sua costruzione. Per alcuni il portale sarebbe stato costruito contemporaneamente al resto dell'edificio, per altri sarebbe necessario ritardarne la data al XV secolo intravedendovi il prodotto del gotico durazzese particolarmente in voga a Napoli a quell'epoca. A chiarire i termini di questa disputa non contribuisce certo lo stemma di famiglia, incastonato sopra la chiave di volta del portale stesso; notoriamente, sia l'arma dei Sangineto che quella dei Sanseverino, avevano lo stesso blasone e si differenziavano solo per il colore che, a causa degli agenti atmosferici, è scomparso lasciando insoluto l'enigma. Il rosone, quasi certamente coevo al portale, è composto da 16 colonnine che sorreggono archi trilobati iscritti in archi acuti con rosette negli intersizi. Quello attuale è una copia dell'originale gravemente deteriorato e conservato in un locale attiguo alla chiesa.

Il campanile è ingentilito da una finestra bifora opera di artisti locali della prima metà del XIV secolo. L'interno risente degli interventi successivi rispetto all'impianto originario. Si presenta ad una sola navata con transetto sporgente rispetto alle pareti longitudinali e chiusa da un coro di evidente impronta cistercense. Già al momento in cui ai Sangineto subentravano i Sanseverino, vi fu costruita una seconda sagrestia. Ma nel corso di due secoli, dal '500 al '700, ha subìto modifiche sostanziali che impediscono di ricostruire l'impianto originario. Evidentemente tali lavori furono eseguiti all'indomani della cessione della chiesa ai Domenicani. In seguito all'assenso di papa Eugenio IV dell'11 marzo 1443, il nuovo convento divenne un notevole centro di aggregazione tanto da rendere necessario un ampliamento che fu eseguito restaurando l'antico palazzo baronale e lasciando comunque intatta la cella che aveva ospitato Tommaso Campanella. Il vecchio portone, ormai protetto all'interno, è opera di maestranze meridionali del 1580 con allegorie, figurazioni floreali e santi domenicani.

Agli inizi degli anni quaranta del sec. XIV è da datarsi un frammento di affresco impropriamente chiamato Santa Maria della Consolazione posto sulla parete sinistra della chiesa e che, in realtà, è una santa che ricorda una madonna sita nel museo di Benevento datata 1350 e che mostra qualche analogia anche con la Madonna di Romania (1328-1330) nella Cattedrale di Tropea. Sotto l'affresco, è poggiata una lastra tombale certamente appartenente ad un soldato, modellata da ignoto artista napoletano del XIV secolo. Al centro della parete di fondo, il monumento sepolcrale di Filippo Sangineto, la cui costruzione rientrava tra le volontà testamentarie dello stesso Filippo I mentre ancora era in vita, e che non poté essere edificato dal figlio Ruggero perché premorto; infatti si deve all'interessamento del nipote Filippo II.

In quanto alla data di morte non esiste niente di specifico e l'indagine va condotta per linee traverse. In effetti fino al 1361 esistono degli atti che testimoniano l'esistenza in vita di Filippo I, successivamente compare solo il nipote Filippello. Per tale motivo si può ritenere che l'inizio della scultura potesse essere avvenuta intorno al 1361-63. Nel 1377 vi fu sepolto anche Filippello, ultimo conte, col quale si estinse la linea maschile. In merito alla data di costruzione, la Di Dario, intravedendovi lo stesso autore del monumento di Maria di Durazzo, seguace dell'arte del Bernini, sconfessandone contemporaneamente l'appartenenza ad un seguace di Tino di Camaino, ritiene che essendo la regina morta nel 1366 e che il sepolcro venne eseguito immediatamente dopo, è possibile datare la sua costruzione tra il 1362, data in cui Filippo I era già morto, e il 1366 data della morte di Maria di Durazzo. Secondo il critico Francesco Negri Arnoldi, l'artista che ha modellato il monumento, è lo stesso che ha scolpito le tombe Sanseverino, cioè il maestro di Mileto oppure un artista vissuto al suo fianco evolutosi successivamente a Napoli. Ecco perché, per esempio, quelle brutte mani del monumento Sanseverino, si ingentiliscono.

A Santa Chiara a Napoli, esistono altre due tombe che possono essere attribuite al maestro di Maria di Durazzo, una di queste è sicuramente la tomba di Nicola Merloto. Il monumento, secondo la tradizione introdotta da Tino da Camaino, doveva essere coperto da un baldacchino poggiante su colonne ed era posto a ridosso della parete absidale. Dopo il passaggio della chiesa ai Domenicani, veniva spostato per far posto agli stalli coro (quello attuale è del primi del sec. XVII), per ritornare nel posto originario dopo il restauro dell'edificio iniziato nel 1949 e completato negli anni ottanta. Nella cella funeraria è stato modellata la figura giacente di Filippo Sangineto tra due angeli reggicorona; sul tetto della cella la Madonna col Bambino tra i SS. Nicola e Giovanni Battista che presentano i donatori. Le tre statue che sorreggono la tomba (cariatidi) e che poggiano su tre leoni, rappresentano le tre virtù teologali: la Fede col calice, la Speranza con la fiaccola, e la Carità con l'agnello.

Una analoga sistemazione ed impostazione è riscontrabile nelle cosiddette tombe angioine di Napoli. Gli scrittori tedeschi Willemsen ed Odenthal osservano che la statua raffigurante la Speranza è così somigliante con la tomba napoletana di Roberto il Saggio che è possibile ipotizzare una creazione di quest'ultima sul modello di quella di Altomonte. Le sette nicchie scolpite nella parte anteriore del sarcofago rappresentano: al centro, San Giorgio che uccide il drago; a sinistra San Filippo apostolo, la Maddalena e San Pietro, a destra San Paolo, Santa Lucia e Sant'Antonio Abate; sui due lati corti San Ladislao e Santo Stefano protomartire. A sinistra del sarofago, in una nicchia, era posto San Ladislao, una copia della piccola tavola di Simone Martini; nella nicchia sul lato destro era la statua di Santo Stefano d'Ungheria, entrambi conservati nel museo. Sulla parete sinistra, in alto, cassa funebre lignea (?) dove si dice sia sepolto Carlo Sanseverino; più in alto lo stemma di famiglia. A destra dell'altare maggiore, campana fusa da Cosma di Laurino nel 1336. A sinistra del presbiterio, nella cappella di San Michele, si trova un altare scolpito in legno e dorato del 1718; nella nicchia, San Michele Arcangelo, statua lignea coeva; sul fastigio, l'arma dei Sanseverino e sul paliotto, lo stemma dei Domenicani, ovviamente, il cane con la fiaccola in bocca (3). Murata alla parete destra (prima era sul pavimento dell'altare maggiore), un'altra lastra tombale raffigurante una donna giacente e recante l'arma dei Ruffo - Sanseverino, ricorda che in quel posto fu sepolta, nel 1474, Cobella Ruffo importante nobildonna altomontese alla cui sensibilità è dovuta l'importazione di numerose pregevoli opere d'arte.

Dalla cappella destra, si accede all'attuale sagrestia, sempre con volta costolonata a crociera, con un dipinto su tavola di ignoto del 1709 raffigurante i SS. Basilio e Biagio, quest'ultimo patrono della diocesi. L'attiguo Museo di Santa Maria della Consolazione, è diviso in due spazi: in un primo (dopo l'ingresso a sinistra), sono collocate opere cronologicamente più antiche (e anche più importanti). Vi primeggia il San Ladislao re d'Ungheria. E' una tavola di cm. 40 x 20 opera di Simone Martini, pubblicata dal Paccagnini e dal Bologna i quali la datarono 1326, motivando la data dal passaggio del duca di Calabria (figlio del re) da Siena ove fece una tappa ed ordinò uno stendardo di cui, purtroppo, si è persa ogni traccia. Doveva far parte di un trittico o di un polittico con, al centro, la Vergine o un altro santo ungherese. I Sangineto ne fecero scolpire una copia che si trovava, a destra del sarcofago di Filippo I.

Per analogia è possibile che facesse parte delle tavole anche un dipinto di Santo Stefano. Alcuni critici tra cui il Balzer, intravedono nel piccolo dipinto una delle ultime opere di Simone Martini ad Avignone, propendendo per una datazione intorno al 1340. In quegli anni San Ladislao era d'attualità e Giovanna I era andata in sposa al re d'Ungheria. Ecco perché, a suo avviso, un santo ungherese. Il Bologna ricorda che la vicenda filo ungherese era cominciata ancor prima della regina Giovanna I con Carlo d'Ungheria. Si nota, sul suppedaneum, un gioco di panneggi che crea un vuoto intorno alla figura. Qualcosa di simile è alla Galleria degli Uffizi e rappresenta Sant'Ansano e Santa Monica, è del 1333 ed è firmata Lippo Lemmi. E' probabile che il Lemmi abbia copiato il San Ladislao dipinto almeno sette anni prima.

Una datazione posteriore non trova spiegazione logica se è vero che, dopo due anni, nel 1328, gli Angioini chiamarono in città Giotto e i Sangineto mostrarono di aderire perfettamente ai gusti di corte. Infatti Filippo I, nel 1328, commissiona a Bernardo Daddi, seguace del grande maestro, un trittico di cui restano due tavolette nello stesso museo. Di quest'opera Filippo I scrive nel suo testamento: "una cuna de fuste Beatae Mariae Virginis quae facta fuit in civitate Florentiae". Due sono le tavole superstiti di questo trittico: in una sono dipinti Sant'Agostino e San Giacomo, nell'altra la Maddalena e San Giovanni Battista. Il Frangipane, critico d'arte calabrese, erroneamente, riteneva che il San Ladislao completasse il trittico daddiano. Le tavole d'alabastro, attualmente ne sono rimaste 2 ma erano almeno 10, a quanto appare da una relazione del priore dei Domenicani nel 1705, rappresentano storie della Vergine e di Cristo; cominciano con la Crocifissione e sono tratte dai vangeli apocrifi, cioè non accettati dalla liturgia ufficiale.

Si tratta di scuola francese e l'esecuzione avvenne, probabilmente, sulla scia dei maestri dell'avorio. Sotto vi è lo stemma della famiglia Sangineto. L'altarolo con scene della Passione fu eseguito dal cosiddetto Maestro di Antonio ed Onofrio Penna, quest'ultimo segretario di re Ladislao. Appartengono al gotico internazionale con larghi influssi catalani, e mostrano come la consolidata tendenza di seguire i gusti della corte angioina di Napoli, sia presente anche in questa occasione per sicuro merito di Cobella Ruffo Sanseverino.

Nella prima sala di destra, degna di nota è ancora la Madonna delle Pere, tavola ispirata ad un originale antonellesco e attribuita a Paolo di Ciaccio da Mileto, allievo di Antonello da Messina, databile intorno al 1460. Inoltre: una Madonna col Bambino dipinta su tavola da Pietro Negroni; un San Giovanni Battista, tela di ignoto del '600, una Scena del Giudizio di allievo di Francesco Solimena; una statuetta di alabastro raffigurante la Madonna col Bambino, copia dell'opera di Nino Pisano.

Oltre a queste opere il Museo è ricco di altri dipinti, sculture lignee, argenterie, paramenti sacri e corali su pergamena (4).

Il palazzo San Francesco, complesso che include l'attuale municipio e la chiesa di San Francesco di Paola, sorse il 1635 con la contestuale proclamazione del santo a patrono della città di Altomonte. I lavori si protrassero per lungo tempo e terminarono solo nel '700. Nella sala del consiglio comunale, affresco di Domenico Purificato raffigurante l'Emigrazione. La chiesa di San Francesco di Paola ha un campanile alto circa 24 metri e portale settecentesco. Subì le conseguenze delle soppressioni post-unitarie in seguito alle quali divenne proprietà comunale. La struttura si snoda attorno ad un chiostro a pianta quadrata con pilastri che sorreggono archi a tutto sesto. A destra si erge la chiesa la cui facciata è caratterizzata da un possente portale architravato al di sopra del quale si apre una finestra. All'interno, mononavato e decorato in stile barocco, statue marmoree scolpite nel '600, alte cm. 60, che raffigurano i SS. Giorgio e Michele Arcangelo; paliotto in legno con decorazioni e ricamo a più colori ed emblemi dell'ordine dei Minimi. Anonimi pittori dell'800, operanti in una bottega napoletana, hanno ritratto su due tele col medesimo soggetto: la Sacra Famiglia, una delle quali è posta sulla cantoria.

Inoltre, bassorilievo in marmo del sec. XVI raffigurante Maria al sepolcro e, nel transetto, coro ligneo intagliato di epoca barocca. Nello stesso spazio, tre tele del Bruno del 1770: Annunciazione, Natività, Adorazione dei magi. Sulle pareti, affreschi del 1770 di Ginesio Gualtieri su cui sono effigiati episodi della vita del santo titolare; sulla volta, affreschi di ignoti della stessa epoca: San Francesco riceve lo stemma "charitas" e la SS. Trinità Numerose le statue processionali.

La chiesa di San Giacomo si vuole edificata nel 873. Più verosimilmente, fu costruita in epoca più tarda con rifacimenti posteriori. Sulla parete esterna, iscrizione del 1742. L'interno è decorato a stucchi barocchi dagli artisti P. Gesummaria, R. Morelli e I. Sassone nel 1773. Tra gli arredi‚ degno di nota un armadio ligneo intagliato e decorato con pilastrini e stemmi nobiliari opera di Giovanni Bollita del 1576 e delle panche in noce con postergale a pilastri con l'effigie di San Giacomo Apostolo. Le altre opere d'arte provengono tutte dal soppresso convento dei padri Cappuccini attivo nel paese fino al 10 gennaio 1811. Sull'altare maggiore, tabernacolo ligneo madreperlato, frutto di arte monastica del Sei-Settecento; statue raffiguranti il Beato Umile di Bisignano e il Beato Angelo di Acri, modellate al naturale da artista operante in una bottega meridionale del periodo barocco; infine, Ecce Homo scolpito a mezzobusto in legno e dipinto nell'ambito della scuola provinciale d'arte monastica.

Il castello, edificato dai Normanni, venne completamente ristrutturato nel tardo Medioevo e registrò la presenza di tutte le signorìe del paese. Sono ancora superstiti alcuni elementi architettonici medievali, una bifora in laterizi e residui di affreschi dipinti tra il XV e il XVI secolo tra i quali una donna, probabilmente, una principessa di casa Sanseverino.

La torre dei Pallotta, edificata nel '300, è una poderosa costruzione a base quadrata con bifore a conci di pietra calcarea con colonnina prismatica e archetti a sesto acuto sovrastati da ghiera a tutto sesto. Gli scalpellini locali lasciano una traccia della loro abilità in molti portali in pietra tra i quali vanno ricordati senz'altro, quelli delle case De Franco, Sparano, Scaramuzzi, Costante, Pancaro, Salerno, Caldano.

Ad Altomonte per impossessarsi del tesoro nascosto, si riteneva necessario assassinare sul posto un bambino e spappolare il suo fegato battendolo per tre volte su una roccia, accompagnando il rito con l'uccisione di un vitello o un montone. V'è da evidenziare che chi nascondeva un tesoro affinché fosse ben custodito, vi sacrificava sopra un fanciullo perché il suo spirito facesse da guardia. Naturalmente, se tutte le fasi del rituale non venivano eseguite, si trovavano al posto del tesoro dei carboni spenti oppure tuoni e fulmini gli impedivano di arrivarci.

Anche qui è diffusa l'usanza e il rituale dell'uccisione del maiale, ma, durante la sua macellazione si scruta se l'animale ha le viscere insanguinate, perché, in tal caso è bene augurale per la famiglia.

C'è il detto: "Altomonte sopra un monte, dominato da tutti i venti, è protetto da quattro santi, gli abitanti son tutti birbanti".

Il costume femminile prevedeva: abito lungo, nero con copricapo bianco.

Tratto da "L.Bilotto" - Itinerari culturali della provincia di Cosenza

 

(1) VALENTE G., Dizionario della Calabria, Chiaravalle C.le, Frama's, 1988, VOL. I, pp. 153-158, con ricchissima bibliografia. Vedi anche RENDE F., Monografia del Comune di Altomonte, Catanzaro 1980.

(2) DI DARIO M.P., Calabria Angioina, in "Itinerari ecc." op. cit. pp. 176-178.

(3) BORRETTI M., Un inedito documento sulla chiesa di Santa Maria della Consolazione in Altomonte, in "Calabria Nobilissima" (1952) a. VI, pp. 283-287; a. VII (1953) pp. 123-126; CARUSO C., Santa Maria della Consolazione di Altomonte e Filippo Sangineto, in "Archivio Storico Calabria e Lucania", XII (1942), pp. 95-107; DI DARIO M.P., Calabria Angioina, in "Itinerari ecc." op. cit. pp. 175-186, con ricchissima bibliografia.

(4) CAPPELLI B., Tavole dipinte di Altomonte, in "Brutium", a. XIV, 1935 nr. 4, pp. 67-71; DI DARIO M.P., Il Museo di Santa Maria della Consolazione ad Altomonte, Cava dei Tirreni, Di Mauro, 1984.

 
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