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BISIGNANOAbitata da tempi remoti, come attestano i ritrovamenti in località Acqua di Fico, si vuole fondata, secondo una leggenda, da Bescio Aschenazzi pronipote di Noè e figlio di Gomer, primogenito di Jafet. A quanto riporta Tito Livio, fu l’antica Besidiae (luogo incolto); per Polibio, si chiamava Bandiza; successivamente, venne conosciuta come Besidias, Besidianum; sotto i Bruzi, come Bescia. Nel Medioevo è nota come Visinianum e la sua fama si accresce nel 774 con la nomina, da parte di Papa Zaccaria, del 10 vescovo di Bisignano, che però risiede a San Marco. Nel 1016, subisce un cruento attacco degli Arabi i quali, tuttavia, vengono respinti e lasciano sul campo di battaglia i loro condottieri Melo ed Arpica. Roberto il Guiscardo, già insediatosi a San Marco Argentano, si impossessa con l’astuzia del paese, dopo aver fatto prigioniero il suo capo di nome De Turra. I cittadini, impossibilitati a pagare i 20 mila ducati di riscatto richiesti, imbracciano le armi, ma, sconfitti dai potenti soldati normanni, devono soccombere e vedersi assoggettati ad essi. Nel 1267 parteggia per la causa sveva insorgendo in favore dello sfortunato Corradino. Nel 1461, nella lotta tra Angioini ed Aragonesi, cede ai soldati di Tommaso Barrese; la perdita del castello rende insicuri anche i centri vicini e fa arrendere d’un colpo tutto il comprensorio. La sua storia feudale inizia con i Ruffo che vengono privati dei loro possedimenti per delitto di fellonia. Il 26 marzo 1462 la Regia Corte cede la città di Bisignano a Luca Sanseverino. Con questo feudatario le fortune del casato toccano vette ineguagliabili. Dopo la sua morte però comincia un inesorabile destino che culmina con lo smembramento del vasto stato. Tuttavia il rapporto intenso tra i Sanseverino e Bisignano, si interrompe solo con le leggi eversive. La Cattedrale, di origine medievale, è già documentata nel 774. Consistenti modifiche vi vengono apportate nel 300 e nel 500 ma, soprattutto, nel sec. XVII ad opera di Stefano Maugerio. Le attuali linee barocche sono frutto di un ennesimo rifacimento ottocentesco necessario per riparare i danni provocati dal terremoto del 1887. La facciata presenta un portale litico ogivale a sguancio profondo, con fasci polistili intagliati e capitelli gotici, costruito da artisti locali nel 400. Nel 1846 vi furono adattate quattro colonne provenienti dal monastero dei Paolotti di Regina. L’interno è trinavato; ha un aspetto barocco frutto degli interventi ottocenteschi; la navata centrale è stata decorata da Emilio Jusi da Rose. Sulla destra, conca battesimale medievale in pietra. Più avanti, statua di Santa Lucia con alcuni ex voto; segue originalissima opera nota come Madonna dei sette veli commissionata dal vescovo Ricotti; si tratta di una sorta di collage, dove sono in evidenza una mano e la testa; all’interno dello spazio che delimita il volto, sono contenuti sette veli. In fondo alla navata, cappella del SS. Sacramento sulla cui parete qualcuno si è deliziato di riportare, a bassorilievo, le figure della Disputa del Sacramento, celeberrima opera di Raffaello. Nella zona absidale, altro affresco, sicuramente di Jusi, al quale, col fare veramente discutibile, è stato sovrapposto un mosaico raffigurante l’Immacolata. Ogni commento viene lasciato al visitatore che si trova di fronte a queste singolari soluzioni. Altre opere d’arte arricchivano il patrimonio della cattedrale: tre ritratti di vescovi della diocesi (Sculco, Mazzei, Greco); due dipinti di scuola manierista napoletana del Settecento raffiguranti rispettivamente la Madonna con San Giovanni con San Nicola, e San Carlo Borromeo, entrambi collocati nel coro; tre statue in legno scolpite e dipinte nel 700 (Crocifisso, San Francesco d’Assisi, Sant’Antonio da Padova) opere di statuario provinciale; frammento di tabernacolo intagliato e dorato in stile barocco (1705); calice argenteo del 1725 opera di ignoto argentiere napoletano del periodo barocco. Accanto alla chiesa, il palazzo vescovile, utilizzato anche come seminario; costruito nel 1525 ed ampliato nel 1623, ha un bel portale ogivale quattrocentesco. Più oltre, si erge la chiesa di San Francesco di Paola, fondata dai Minimi nel 1607 sul sostrato di un precedente oratorio dei Sanseverino, eretto nel 1515 e dedicato a Santa Maria di Coraca. La prima chiesa era intitolata alla Madonna di Loreto. L’interno, con copertura lignea a cassettoni, è decorato barocco. Sulla destra, dipinto ad olio su tela di anonimo del 700 raffigurante l’Immacolata con San Vito e Santa Lucia; segue Madonna della Neve con San Francesco di Sales e il Beato Nicola Longobardi, opera di Francesco Barone, restaurata nel 1768; si pensa che su questa tela, proveniente sicuramente dalla cattedrale, il Beato Nicola sia stato dipinto sulla figura di San Carlo Borromeo. Sulla parete sinistra, effigie del 1862 del Beato Gaspare de Bono, un minimo spagnolo; segue una tela di Francesco Bruno del 1759 raffigurante San Michele Arcangelo; più avanti, affresco dedicato a Santa Maria di Coraca del sec. XVI, appartenuto al 10 oratorio. Sull’altare maggiore, statua del titolare della chiesa del sec. XVII. Vicino all’ingresso, due acquasantiere litiche settecentesche decorate a rilievi ornamentali con figure di puttini. Quando lunghi periodi di siccità preoccupano la popolazione, viene portata la statua di San Francesco in processione; poi, anziché ricondurla nella sua chiesa, si lascia in Cattedrale dove rimane fino a quando non piove. La chiesa dei Riformati fondata nel 1220 dal Beato Pietro Cathin di Sant’Andrea, passò, nel 1380, ai Minori Conventuali; nel 1445 Papa Eugenio IV, con apposita bolla, lo affidò ai Minori Osservanti. Successivamente, nel 1599, vi si insediarono i Riformati. Agli inizi del secolo, a quanto racconta Gaetano Gallo, vi era ancora una libreria di 1050 volumi. Anche questo edificio venne semi distrutto dal terremoto del 1887 e la sua ricostruzione non rispettò i caratteri originari. Oggi vi rimane un bel portale del sec. XV con ornamento di colonnine e costolone ad arco acuto. Il chiostro, rifatto, ha ancora un’ala del 300. L’interno, decorato da E. Jusi, è ricco di opere d’arte. Sul primo altare di destra, Martirio di San Daniele, uno dei sette martiri di Ceuta, dipinto ad olio su tela da artista di scuola giordanesca verso la fine del 600; l’altare ligneo intagliato e decorato, i opera di M. Giuseppe dal Montalto del 1618. Sopra l’altare maggiore, bel crocifisso ligneo seicentesco, scolpito a tutto tondo e dipinto al naturale, attribuito a frate Umile da Petralia (1580 - 1639); candelabro ligneo intagliato e decorato con motivi ornamentali baroccheggianti (alto 2 metri) opera ottocentesca di fra Giustino da Bisignano; leggio corale del coro quattrocentesco (distrutto), intagliato, intarsiato e dipinto. Sul secondo altare sinistro, è posta la statua di marmo bianco della Madonna della Grazia, con scannello marmoreo a bassorilievo raffigurante il Transito della Vergine; l’opera, scolpita nel 1537, è di scuola gaginesca. Nel soccorpo, cripta con le ossa dei martiri Primitivo, Emiliano, Amato e Genziano. Nella zona cimiteriale si erge la chiesa dei Cappuccini edificata nel 1570 e dedicata a Santa Maria degli Angeli. Tra gli altri cinque ordini monastici presenti a Bisignano (Scopoli, Paolotti, Domenicani, Terziari Regolari e Riformati), proprio questi ultimi furono i più accesi avversari dei Cappuccini al punto da negare che gli stessi fossero Francescani. Le controversie non rimanevano sul piano puramente teorico o di disquisizioni a carattere teologico ma coinvolgevano anche la comunità. Il caso più eclatante avvenne alla metà del sec. XVII quando i fedeli di parte cappuccina commissionarono una statua di Sant’Antonio coll’abito cappuccino; la cosa irritò non poco i Riformati che non riuscendo ad avere dalla loro parte il vescovo, ricorsero alla Congregazione dei Vescovi e Regolari. Il risultato fu che pur riconoscendo i Cappuccini come facenti parte della grande famiglia francescana, autorizzavano lo svolgimento di due diverse funzioni religiose: i Riformati effettuavano la processione il 13 giugno, i Cappuccini la domenica entro lottava. Il convento venne soppresso l'11 gennaio 1811; riaperto nel 1830, venne definitivamente chiuso dopo l’Unità d’Italia, ma la loro presenza è registrata anche in seguito. Verso la fine del secolo, comunque, i pochi religiosi rimastivi, anche a causa dei danni prodotti dal terremoto del 21 dicembre 1887, passarono nel convento di Acri. All’interno della chiesa, su un altare ligneo intagliato e dipinto, con ciborio del sec. XVIII, i posta l’Addolorata, statua lignea settecentesca. Inoltre, statua lignea di S. Antonio Abate, opera di artista locali del sec. XVIII; statua litica raffigurante la Madonna della Salute, posta su un ricco altare ligneo. Da vedere ancora, la chiesa di San Giovanni Battista (Rione Piano); la chiesa di San Domenico (Giudecca); la chiesetta di Tutti i Santi. Nella zona archeologica, ritrovamenti della prima et` del Ferro (località Acqua di Fico) e di età latina (località Guardia). Belli i palazzi signorili delle famiglie Gallo, Trentacapilli, Solima, Fasanella, Boscarelli. Si dice: "Visignano fu lu padri, Fuscaldu fu la madri, chi ficiru dui frati: Albidona e Bonifati". Ancora in uso è il motto: "Acri, Bisignanu e Luzzi hannu fattu na cumpagnia cu li cazzi; A Bisignano, si va organizzando da qualche anno una manifestazione detta il palio del principe, che riporta la cittadina in un’epoca medievale densa di fascino ed interesse. Sotto i ruderi del castello, ben visibili fino al 1957, si vuole ci sia un tesoro custodito dalle rane. Fino all’anno della loro rimozione, sotto questi avanzi, furono rinvenute delle suppellettili, ma del tesoro, nessuna traccia. A dire il vero, non risulta sia stato eseguito il necessario rituale codificato nell’introvabile libro del Comando. Secondo questi dettami, il tesoro poteva essere trovato solo da una vergine in una notte buia e tempestosa. La cercatrice dopo essersi denudata giacendo supina per terra avrebbe dovuto implorare gli spiriti del male i quali, tra rumori infernali, le avrebbero aperto la pesante lastra di pietra che custodiva le enormi ricchezze. Ma non era ancora finita; a quel punto, le sarebbero apparse migliaia di rane che le avrebbero danzato attorno, mentre la più grande di esse le avrebbe addirittura leccato il corpo. Solo dopo quest’ultima prova, si sarebbe potuta introdurre nello stretto passaggio ed arrivare alla meta desiderata. Si dice che il tentativo sia riuscito, in passato, ad una vecchia zitella, diventata improvvisamente ricca. Il rione Pisano era famoso perché sotto una quercia secolare si stipulavano patti e accordi vari, si redimevano liti e si prendevano decisioni da rispettare anche in campo sentimentale. Cosicché coloro i quali non potevano o non volevano sancire il loro legame con le consuete formalità ecclesiastiche e civili, seguiti da amici e parenti, giravano per tre volte attorno al vecchio albero e, dopo aver recitato appositi rituali, erano riconosciuti da tutti come marito e moglie. In località Cozzo Rotondo c’è una strana collina di forma conica che induce a supposizioni di ogni genere, non ultima che in quel cumulo potesse esservi sepolto Alarico; tra le cose certe c’è che i contadini si guardano bene dallo scalfire con le zappe o con gli aratri il perimetro del colle perché ritengono porti sventure. Tratto da "L.Bilotto" - Itinerari culturali della provincia di Cosenza
DE LEO P., Un feudo vescovile nel Mezzogiorno svevo. La platea di Ruffino vescovo di Bisignano, Roma, Il Centro ricerca, 1984; FASANELLA R., Memorie storiche di Bisignano, Cosenza, Serafino 1963; FRANGIPANE A., Larte del ferro a Bisignano, in "Brutium", 1931, n. 10-11; IDEM, Documenti sull’arte della seta a Bisignano, in "Brutium" 1934, n. 5; GALLO G, Cronistoria della città di Bisignano, Cosenza, Brenner, 1989; GIGLIO V, Bisignano, il paese dei sette colli, Cosenza, Chiappetta, 1955; PAGANO A., Storia di San Marco e Bisignano, in "Calabria Cattolica" 1898; TURCO R, Il cristo di legno, chiesa-convento della Riforma di Bisignano, Cosenza, Pellegrini, 1987.
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