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CAMPANA

In molti attribuiscono l’edificazione del paese a Filottete, secondo altri, la sua origine è da far risalire a tempi più antichi. La sua attuale denominazione avvenne in un secondo momento; prima era nota come Calaserna ed aveva giurisdizione sui casali circostanti quali Francavilla, San Jacopo, San Pietro, San Lorenzo e San Giovanni della Fontana.

Si dice che, per chiamare al pubblico parlamento tutti i cittadini del territorio, si usasse la campana, e quando questi borghi furono inagibili, tutti gli abitanti confluirono nel nucleo centrale che mutò nome e fu perciò chiamato Campana. Il nuovo centro era notevolmente fortificato al punto da essere protetto da una cinta muraria con cinque torri e tre porte.

I numerosi ritrovamenti archeologici, nei dintorni, testimoniano l’antichità e la continuità della vita in questo paese a partire dall’età del Ferro. Fu infeudata durante la dominazione angioina ad alcuni signori francesi. Inizialmente Carlo D’Angiò ne fece dono al soldato Biviano de Clarence che non ebbe eredi per cui Campana, reintegrata momentaneamente alla regia corte, nel 1271, fu affidata a Ernando de Birano. I figli di costui per niente attratti dall’idea di lasciare la Francia per stabilirsi in Calabria, permisero che il paese passasse nelle mani di Guglielmo Brunello.

Poco si conosce delle vicende che segnarono gran parte dei due secoli successivi se si eccettua la notizia secondo la quale, nel 1282-1283, vi appare, quale signore, un certo Malgerio. Sarà quindi necessario giungere al 23 marzo 1369 per sapere che il reggino Cicco de Malito viene espropriato dei suoi beni per non aver consegnato la terra di Campana a Filippo Sangineto, come era stato stabilito nella compravendita effettuata tra gli stessi. In seguito appare compresa nel territorio di Cariati. Dal 1678 al 1694, Campana e Bocchigliero vengono alienate in favore di Alessandro Labonia. Da quest’ultima data fino al 1806 vi governano i Sabbiasse che, nel 1696, vi ottengono il titolo di principe.

L’oratorio attiguo al convento dei Padri Francescani, ha una facciata con portale sagomato e l’interno con altari settecenteschi barocchi. La parrocchiale dedicata alla Madonna Assunta, posta nella parte medievale nota come Rione Terra, ha un bel campanile romanico che regge una campana fusa per l’Unità d’Italia. All’interno belli altari lignei sui quali si ammirano tele di Giambattista de Santis e di anonimo pittore di scuola partenopea. Vi si venera anche un pregevole crocifisso ligneo scolpito e dipinto nel Trecento. La Piazza Italia si apre davanti ad una torre del sec. XI e al palazzo Rizzo.

Su un altro lato della piazza si erge la chiesa di Santa Maria di Costantinopoli con semplici linee risalenti alla sua prima costruzione avvenuta nel sec. XVII; è posta di fronte alla nuova parrocchiale con alto campanile. L’edificazione è dovuta alle abili maestranze della provincia di Cosenza. All’interno, statue processionali dei Misteri. Alle spalle della chiesa, sulla Piazza Parlamento, è posto il Monumento ai caduti di tutte le guerre, scolpito da Cesare Baccelli. Dello stesso artista sono un bassorilievo nella sala consiliare del municipio e un gruppo scultoreo dedicato ad Aldo Moro e alle vittime di Via Fani.

Di un certo interesse è anche la cinquecentesca chiesa della Madonna delle Grazie. E' importante notare come in questo territorio operarono le comunità monastiche basiliane di Sant’Angelo Militino e Santa Marina, trasformate dai Normanni in ossequio alla chiesa di Roma e definitivamente soppresse nel sec. XIV.

Nella parte vecchia dell’abitato sono visibili tracce del paese medievale. Le attività lavorative che distinguevano questo paese dagli altri erano comprese nel settore della lavorazione dei tessuti di ginestra, di canestri e di panieri di paglia. In passato era rinomata oltre che per la sua sorgente di acqua solforosa, anche per l’utilizzazione di erbe medicinali di cui abbonda la zona. Notevole anche la produzione della manna che si estraeva da arni e frassini.

Ha delle belle grotte artificiali che, assieme all’arco ciclopico nella Rotonda Incavallicata, testimoniano le sue origini antichissime. Il giovedì santo, vera la tradizione dei vattienti. Alcune persone, dopo aver abbondantemente mangiato e bevuto, si facevano picchiare sulle spalle con pezzi di sughero ai quali erano stati conficcati vetri e chiodi, fino a quando non si formavano le piaghe. Poi, uscivano per le strade insieme con altri appartenenti alla confraternita laicale, e si percuotevano con le discipline, formate da spago con punte di ferro. Per evitare che il sangue che grondava si coagulasse, si imbevevano le ferite con un infuso di vino, rose e rosmarino. Alla fine, riprendevano a mangiare e a bere. Narra il Padula che per tali manifestazioni, in passato, si registrarono anche dei decessi.

Costume tradizionale: "Cammisotto rosso, giacchetta di vario colore, ritorto e vantera. Veste di cammellotto blu con pedana rossa".

Tratto da "L.Bilotto" - Itinerari culturali della provincia di Cosenza

 

RENZO L., Campana, Immagini nella memoria, Cosenza, MIT, 1988;

IDEM., Storie e folklore delle congreghe di Campana, Chiaravalle C.le, Frama Sud, 1978.

 

 
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