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CORIGLIANO CALABRO

È possibile che il suo nome derivi da Korion elaion (giardino di olio) e che sia stata fondata dopo l’anno mille dagli abitanti di San Mauro. Nel secolo xv la sua popolazione ebbe un impulso notevole per l’immigrazione di profughi da Labonia e Crepacore. Da quest’ultima località, addirittura, ereditò il simbolo e lo stemma: un cuore spezzato.

Nel 1242 apparteneva ad Andrea Cicala, nel 1269 a Giordano de l’Ile. Dal 1400 in poi vi governarono i Sangineto, i Sanseverino, i Ruffo di Montalto, i Sanseverino di Bisignano. Dopo le burrascose vicende patrimoniali del principato, anche Corigliano venne venduto all’asta; gli aggiudicatori, Agostino e Giovan Filippo Saluzzo, subentrarono alla guida di questo importante comprensorio per 315.000 ducati, somma considerevole, ben proporzionata all’ammontare del patrimonio e dei diritti acquistati.

I due non erano nuovi da queste parti perché creditori della stessa Università di Corigliano, e, da buoni genovesi, operavano nel campo del credito. La compera venne fatta a nome di Vincenzo Capace onde evitare di pagare il “vallimeno”, ossia una sorta di sovrattassa che dovevano sborsare gli acquirenti stranieri. I Salluzzo vi rimasero con alterne vicende fino all’avversione della feudalità. Il “decennio francese” che registrava il definitivo tracollo di questa famiglia, vide spuntare un casato che nel corso di un secolo accumulò fortune se non maggiori, pari a quelle dei vecchi feudatari: quello dei Compagna.

Gli insediamenti umani nella zona di Corigliano risalgono sicuramente alla preistoria. In località Serra Apollinara, o Pollinara, è venuta alla luce una necropoli preellenica della prima età del Ferro (sec. VIII-VII) a dimostrazione di stanziamenti indigeni; in località Michelicchio, ritrovamento di suppellettili sepolcrali e testimonianza di altra necropoli indigena preellenica con statuette votive italiote di tipo arcaico e avanzi di costruzione megalitica a pianta circolare. In contrada Favella, è venuto alla luce un sepolcreto indigeno della prima età del Ferro; a Serra Castello, ritrovamenti della prima e media età del Bronzo. In contrada Ministralla, necropoli di età greca con acqedotto a blocchi megalitici e a struttura isodoma con arcate. Tra il 1879 e il 1880, in località Caccia di Favella, nella zona compresa tra il Crati e San Mauro, i professori Cavallari e Fulvio hanno portato alla luce una necropoli ellenistica di età compresa tra il IV e II sec. a. C., costituita da sepolcri tumulo. I risultati degli scavi sono apparsi anche negli scritti del Comparetti nel 1910 e dell’Olivieri nel 1915.

Prima di “salire” al paese, ci si reca in località SAN MAURO ove è d’obbligo una visita al castello, ossia PALAZZO SANSEVERINO, noto per esservi stato ospitato dal 9 al 12 novembre 1535, Carlo V; si racconta che l’accoglienza fu così sensazionale da meravigliare l’Imperatore che, rivolgendosi a Bernardino Sanseverino, avrebbe asclamato: <<Ma voi siete il principe o il re di Bisignano?>>. Le leggende sulla ricchezza del casato sono ancora presenti nella memoria collettiva del paese; secondo il più ricordato racconto popolare della zona, Pietrantonio Sanseverino, principe di San Mauro, era così ricco da ferrare i suoi cavalli con zoccoli d’oro. Il castello venne edificato nel 1515 quale casino di caccia; nel 1633 passò alla famiglia Saluzzo e poi ai baroni Campagna. L’esterno colpisce per la sua vastità: ampia corte quadrilatera con torrione d’ingresso e piombatoi, loggia coperta con scalea d’accesso a due branche. L’interno è caratterizzato dalla sala degli specchi, un ampio salone di ricevimento chiamato anche sala del trono; interessanti il camino coperto dalla struttura originaria e alcune sale con ben visibili le murature ad opus spicatum. Nei dintorni, a testimoniare la presenza da queste parti di insediamenti monastici medioevali, rimane la CHESETTA DI S. MARIA DI JOSAFAT, oratorio abbaziale con navatelle e torre campanaria a pianta quadrata; sulla parete absidale, resti di affresco raffigurante la Vergine in Trono con santi in adorazione. Addossati alla chiesetta, pochi ruderi dell’antica badia. Ci si dirige, adesso, verso il centro di Corigliano, posto a pochi chilometri.

Nella parte bassa del paese, in prossimità del ponte Margherita, si erge la CHIESA DEL CARMINE accanto al vecchio commento dei Caarmelitani. Eretta nella seconda metà del sec. XV, venne ufficialmente consacrata dal vescovo di Rossano Giovan Battista de’Lagni. La particolarità dell’edificio è dovuta alla presenza di opere pittoriche sulla facciata che presenta tre bei portali gotici con colonnine sormontate da capitelli e figure dell’Annunziata e dell’Angelo annunziante. Sul portone centrale, affresco raffigurante la Madonna col Bambino sul modello della “Bruna” di Napoli; su quello sinistro, San Carmelitano; su quello destro, Sant’Alberto di Messina, tutti dipinti nel 1550. Ancora sulla facciata resti di affreschi raffiguranti un santo vescovo e il Trionfo della morte. L’interno è trinavato e, attualmente (1991), in restauro; mantiene tuttavia dei dipinti eseguiti da Domenico Oranges. Questi, nel 1744, firma: l’Annunciazione, gli Angeli che reggono lo stemma dei Carmelitani, Dio padre che benedice, posti sulla volta.

Si continua la visita con la cinquecentesca CHIESA DI SANT’ANTONIO DA PADOVA, grande edificio fondato nel 1450 per munificienza di Antonio Sanseverino conte di Corigliano, e appartenuto ai frati Minori Conventuali di San Francesco d’Assisi. I Francescani, comunque, avevano già un loro convento a Corigliano fondato dal beato Pietro Cathin, soppresso in epoca federiciana, in seguito ai contrasti tra la Corona e la Santa Sede. Nel 1633 era anche in grado di ospitare ed educare i novizi.

Come si vede adesso è frutto di interventi effettuati verso il 1740. I religiosi vennero espulsi nel 1809 e, nel 1819, con la restaurazione, vi subentrarono i padri Liguorini di Sant’ Alfonso noti anche come Redentoristi. L’esterno è abbellito da un vistoso rivestimento di mattonelle maiolicate nella cupola e nelle cupolette, e dal portale in bronzo scolpito da C. Cianci nel 1981. L’interno si presenta decorato a stucco. Nei transetti, due tele di Leonardo Antonio Olivieri, allievo del Solimena, raffiguranti Sant’Antonio da Padova col Bambino Gesù e L’Immacolata. Nel soffitto, dipinto di Salvatore Ferrari del 1740 che ritrae la visione di San Francesco d’Assisi. Dello stesso autore, una santa Lucia posta su un altare laterale. In sacrestia, mausoleo marmoreo di Barnaba Abenante scolpito nel 1522, e un crocifisso ligneo del ‘600. Inoltre, organo intagliato e dorato del XVIII secolo, costruito probabilmente dall’artista partenopeo Filippo Basile, posto su una interessante cantoria. Usciti dalla chiesa si imbocca Via Roma e si passa al di sotto dell’imponente acquedotto ponte canale, a due ordini sovrapposti di arcate, costruito intorno al 1840. Sul dosso, nel corso dell’800, l’ing. Villacci ha progettato un viadotto; si giunge quindi a piazza del popolo. Da qui seguendo la Via San Francesco si arriva di fronte alla chiesa di San Francesco di Paola che mostra tracce della primitiva costruzione quattro – cinquecentesca. Edificata verso il 1478 dallo stesso santo titolare, venne restaurata nel 1839; dopo la soppressione del convento avvenuta nel decennio francese, venne riaperta nel 1835 e i Paolotti vi rimasero fino al 1870. In seguito fu utilizzata come caserma militare, forno pubblico, ospizio. Nel 1950 vi ritornarono i Minimi. La torre campanaria, costruita in mattoni, è compresa tra la parete nord e quella est del convento. All’interno, mononavato con soffitto a cassettoni, altare marmoreo e croce argentea del ‘900. Sulla destra, la Trinità con beati francescani, opera di Pietro Costantini del secolo XVIII; segue crocifisso; più avanti, affresco raffigurante la Madonna del Melograno ( Madonna allattante in trono); sul quarto altare, tela raffigurante San Michele Arcangelo di S. Ferrari; segue tela su cui è effigiato San Francesco di Paola, in larga cornice. La pala posta sull’altare maggiore, molto deteriorata, raffigura, la Circoncisione di Felice Vitale da Maratea; al di sopra, la Trinità, attribuita a Pietro Negroni. Sul lato sinistro, Madonna del Carmine tela anonimo meridionale del ‘700; segue Madonna di Pompei; una statua della Vergine; una tela raffigurante la Sacra Famiglia, e poi un’altra con la Glorificazione di Maria Bambina del Pascali sono datate 1780. Ancora quattro tele dipinti forse da Saverio Ricci. Notevole il core ligneo intagliato nel 1782 da Pasquale Pelusio. In sagrestia affreschi del XVI secolo raffiguranti la vita del santo. Nel chiostro, tracce di altri affreschi. Nel romitorio, affreschi sulla vita di San Francesco di Paola. L’adiacente CHIESETTA DI SAN GIACOMO, contiene crocifisso ligneo seicentesco; sulla volta, dipinto raffigurante la Madonna e San Giovanni Battista sempre di B. Ricci; oggi è la sede di un’associazione parrocchiale dedicata al beato Felton. Dall’antistante Piazza del Popolo, sulla quale è posta una statua del Santo di Paola del 1779, sono visibili tracce di affreschi risalenti all’epoca della fondazione della chiesa. Proseguendo in salita per Corso Umberto, si arriva al CASTELLO. Il maestoso maniero che domina l’intero paese dall’alto del suo colle, è uno dei pochi ancora abitabili ed in buone condizioni. Oggi è proprietà comunale, sede di centri culturali e sociali, ed ospita il ricco archivio Saluzzo di Corigliano. Di origine medioevale, venne costruito dal gran Conte Ruggero; Enzo Cumino attribuisce la sua erezione al Guiscardo datandola intorno al 1073 e ne indica quale primo castellano un tal Framundo, fedelissimo del re normanno. Già nel Trecento subì degli adattamenti effettuati dai Sanseverino che vi dimorarono dal 1192 data in cui Tancredi, re di Sicilia, concesse in feudo la città di Corigliano a Ruggero Sanseverino, fino al 1616 quando, notoriamente il casato era in grave crisi, e il feudo di Corigliano veniva alienato in favore di Agostino Salluzzo di Genova. In buona sostanza, non vi fu secolo che non vide interventi di restauro, riadattamenti o rifacimenti in questo castello. Successivamente appartenne anche ai Campagna. Possiede ancora intatte 4 torri merlate ed elementi durazzesco – aragonesi tra cui: il ponte elevatoio restaurato nel corso dell’800 e la porta con lo stemma del 1490. All’interno, vari ambienti dell’epoca e barocchi; nella cappella di Sant’Agostino, oltre ad una croce reliquiario d’argento e a mobili d’arredo, spicca un trittico dipinto su tavola nel 1872 da Domenico Morelli, racchiuso in una cornice disegnata da E. Franceschi, raffigurante la Madonna col Bambino e, ai lati, Sant’Antonio Abate e Sant’Agostino. È dato per certo che il Morelli dipinse la parte centrale e che le due figure laterali siano l’opera del genero Paolo Veltri. Sparsi nei vari ambienti, numerose tele, mobili, ed oggetti d’arredamento. Di primissimo ordine sono anche i decori opera di Ignazio Perricci e di Rocco Ferrari (salone degli specchi e sala del trono), di Girolamo Varna (sala d’Apollo) e dello stesso Domenico Morelli (cappella di Sant’Agostino).

Nel primo dopoguerra i Campagna, ormai stabilitisi a Napoli, abbandonano il castello che nel 1971 viene venduto alla Mensa Arcivescovile di Rossano e da questa, otto anni dopo, al comune di Corigliano.

Accanto al castello è d’obbligo una visita alla CHIESA DI SAN PIETRO; le sue origini si perdono nella notte dei tempi; tuttavia la tradizione orale la fa risalire all’anno 45 quando Marco l’evangelista, di passaggio da Corigliano, fondò una chiesa che dedicò a San Pietro. Più verosimilmente, fu costruita nel corso del ‘300 fondata dai profughi del vicino ‘’ Casale di San Pietro a Corigliano’’. La nuova chiesa sorse accanto al maniero a partire dal 1616 e fu completata nel 1759. La facciata, in stile neoclassico è scompartita in due e divisa da un poderoso cornicione. Il portale è con cimasa. Al di sopra del cornicione, raffigurazione dei SS. Pietro e Paolo. La facciata è movimentata da tre lesene per lato culminanti in capitelli in stile corinzio. Sul lato sinistro, torre campanaria con orologio.

L’interno è a forma basilicale, trinavata. Nella navata sinistra fonte battesimale in pietra del 1720 con inciso uno stemma e tele di anonimi pittori.

Sulla navata destra, due tele di Nicola Menzele raffiguranti una Sacra famiglia dipinta nel 1762 e la Madonna del Soccorso del 1763.

La Chiesa di Sant’ Anna o dell’Ospedale, già dei Cappuccini, venne eretta intorno al 1582 e completata intorno al 1587. Doveva costituire un punto di riferimento per i novizi, al cui insegnamento fu dedito, per un certo tempo, lo stesso Beato Angelo di Acri. L’interno della chiesa ex conventuale, non si scosta molto dalla tradizionale disposizione e struttura cappuccina caratterizzata da molti elementi in legno intarsiato e dall’immancabile ciborio. La facciata, barocca, è alleggerita da tre lesene; il portale è sovrastato da una lunetta che racchiudeva tre affreschi dei quali è superstite solo quello che ritrae una Madonna col Bambino. Sul lato sinistro, si aprono tre cappelle: la prima di patronato dei De Rosis con una tela di anonimo che raffigura la Madonna della Consolazione; segue la cappella dei Duchi Saluzzo con un altare sul quale è posto un busto dell’ Ecce Homo scolpito a tutto tondo e dipinto al naturale nel XVII secolo, forse importato dalla Spagna; più avanti, c’è la cappella dei Sollazzi – Castriota – Skandemberg con un dipinto del Borghese raffigurante l’Annunciazione. Sulla parete destra su una tela dipinta ad olio, è dipinta una Flagellazione di anonimo; più avanti confessionale ligneo sovrastato da pulpito. A testimoniare la presenza dei Cappuccini a Corigliano, rimane un dipinto del Beato Angelo, posto ad una parete dell’ altare maggiore. La Chiesa dei Riformati, venne consacrata il 3 nov. 1686 dal vescovo di Umbriatico col titolo di santa Maria di Costantinopoli e restaurata nel 1908. La facciata è molto particolare per la parte superiore culminante con una forma a semicerchio. L’interno è mononavato con una mezza navata laterale sinistra sulla quale si aprono quattro cappelle provviste di transenne lignee della fine del ‘700, lavoro di intaglio barocco a pilastrini e decorazioni a rilievo traforate. Inoltre organo in legno di Mauro Gallo del secolo XVIII.

La Chiesa di S. Chiara venne eretta nel 1757 e completata nel giorno della titolare del 1762; le religiose vi rimasero fino alla fine di settembre del 1919; l’edificio ha una facciata barocca con due dipinti che ritraggono i SS. Francesco D’Assisi e Chiara e un tondo su cui è ritratto lo stemma dei Francescani. L’interno è mononavato in stile barocco. L’altare maggiore è in marmi policromi ed è separato dall’aula da una ringhiera di ferro battuto con cancelletto con quattro cornucopie, simbolo dell’abbondanza, ma anche della città. Si dice che Carmelitani per guarire la terzana davano l’acqua benedetta col pollice di S. Alberto, che si serba nella chiesa dell’Annunziata. I panini distribuiti alla festa di S. Biagio che si celebra il 3 febbraio hanno il potere di preservare dalle coliche. Se ci sono periodi di lunga siccità che minacciano i raccolti e rendono arso il terreno, si porta la statua di S. Francesco di Paola nei campi e vi si lega con corde e catene affinché non possa scappare. Se ancora la pioggia non arriva, si strofina sulla bocca del santo una sarda salata, perché possa aumentare la sete ed il bisogno d’acqua. I festeggianti del santo vengono nominati nel seguente modo: << a festa du viecchiu ppè ra Maronna>>.

A Corigliano il sale gettato su una persona equivale a tremende bestemmie e lo fa soprattutto una donna contro una rivale davanti ad un giudice.

Tratto da "L.Bilotto" - Itinerari culturali della provincia di Cosenza

 
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