www.calabria.org.uk Calabria : Cosenza e la sua storia |
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COSENZA
Storia Strabone vuole che Cosenza sia stata la capitale dei Brettii, o Bruzi, un popolo rude costituito da pastori e da montanari che abitavano l’altopiano silano, poco distante dalle floride colonie greche della costa ionica. In seguito alle successive immigrazioni di popoli diversi, le confederazioni che ne seguirono, fondarono una città che era nata da un accordo, da un consenso, da cui il nome di Cosenza. Le vittorie sui vicini Lucani, ne estesero ben presto il dominio sulla Valle del Crati. La minaccia che questo popolo guerriero costituiva per la tranquillità delle vicine città magno-greche, spinse queste ultime a ricorrere agli aiuti della madrepatria. Dopo l’infruttuoso intervento degli spartani, giunse a Cosenza Alessandro il Molosso che trovò la morte vicino al fiume Acheronte, nei pressi della città di Pandosia. Ancor oggi gli studiosi sono divisi circa l’ubicazione di questa mitica città, scomparsa senza che ne sia mai stata rinvenuta alcuna traccia. Tuttavia la forza e la fierezza di questo popolo, nonostante alcuni tentativi di ribellione, dovettero cedere all’arrivo dei Romani che lo assoggettarono definitivamente. Nel 134 a.C. la Via Popilia che si innestava a Capua alla Via Appia e che giungeva fino a Reggio, avvicinò Cosenza a Roma sotto il cui dominio accrebbe la sua importanza specie dal punto di vista economico. Negli anni successivi i Bruzi salirono alla ribalta della storia per le lotte con gli altri popoli colonizzati e in occasione della rivolta di Spartaco. Nel 40 a.C. in preda alla guerra civile fu invano assediata da Sesto Pompeo. Durante l’impero di Augusto fece parte della terza regione che comprendeva il Salento, la Lucania ed il Bruttium; Cosenza fu sede di un potente prefetto. Sarà necessario aspettare molti anni prima di sentire parlare ancora di questa città presso la quale, nel 410 d.C., forse a causa della malaria, vi trovò la morte Alarico, re dei Visigoti, reduce del sacco di Roma. La leggenda lo vuole sepolto, col suo ricco bottino di guerra, sotto l’alveo del fiume Busento, deviato per l’occasione. Il tentativo di trovare la sua sepoltura continua ad appassionare ricercatori esperti e dilettanti attratti dal leggendario tesoro; l’unica cosa certa, a tal proposito, è una suggestiva poesia di Augusto Von Platen tradotta dal Carducci, nella quale si rievoca la funzione funebre dello sfortunato re. Dopo 66 anni queste terre vennero visitate da Teodorico e non ebbero a lamentarsi della sua opera; certamente ebbe influenza, in tal senso, l’opera del suo ministro Cassiodoro, calabrese di Squillace. Dopo il saccheggio degli Ostrogoti, avvenuto nel 542, Cosenza cadde in mani bizantine con tutto quello che ne conseguì: l’esoso fiscalismo e la pessima amministrazione. Nell’VIII secolo, con la calata dei Longobardi, le cose divennero ancor più confuse: la città venne a trovarsi a contatto con entrambi i dominatori, essendo la linea di demarcazione tra i due domini molto labile e vicina a Cosenza. I Bizantini riconquistarono la Calabria per merito di Niceforo Foca, nell’888. Tuttavia la calma non durò a lungo. Con i primi anni del X secolo, Cosenza doveva conoscere altri lutti e saccheggi, stavolta per opera dei Saraceni. Nel 903 presso la chiesa di San Pancrazio, posta fuori dalle mura della città, trovava la morte l’emiro Ibrahim Ibn Ahamad; ma negli anni successivi, le incursioni non conobbero sosta ripetendosi con drammatica periodicità fino all’arrivo dei Normanni. Costoro, a partire dal 1044, cancelleranno definitivamente sia la presenza dei Bizantini e dei Longobardi, che le incursioni saracene e porranno la città a capitale del Giustizierato di Val di Crati e Terra Giordana, assicurando pace e prosperità, interrotta solo dai lutti e dalle distruzioni del funesto terremoto del 9 giugno 1184. Il nuovo secolo vedeva la presenza tra i Cosentini del giovane imperatore Federico II che presenziava alla consacrazione della Cattedrale e disponeva la ricostruzione del castello. A lui è dovuta anche l’istituzione della Fiera della Maddalena, che era una delle sette del Regno, e che aveva luogo nell’attuale quartiere Rivocati dal 21 settembre al 9 ottobre. Alla morte dell’imperatore, dopo gli sfortunati tentativi di Manfredi e di Corradino contro l’esercito di Carlo d’Angiò, sponsorizzato da papa Clemente IV, Cosenza veniva saccheggiata quale punizione per aver parteggiato per la causa sveva. Solo agli inizi del Trecento i buoni rapporti con la corte angioina si risolsero a tutto vantaggio dei Cosentini che ottennero la non infeudazione e lo "status" di città demaniale. Privilegi di vario genere furono accordati sia da Roberto il Saggio che da Ladislao e dalla regina Giovanna a partire dalla seconda metà del XIV secolo. Con l’avvento degli Aragonesi, le condizioni della città non migliorarono, anzi la seconda metà del ‘400 doveva essere caratterizzata da avvenimenti drammatici che la vedevano coinvolta sia nella rivolta di Antonio Centelles che nella successiva "congiura dei baroni" col risultato di vedersi ripetutamente assediata e devastata. Con il Viceregno spagnolo, Cosenza ospita un governatore che si affianca, per la gestione delle sue attività, al cosiddetto "primo sedile", una sorta di municipio costituito da nobili, il cui accesso particolarmente difficile, diviene ambito dalle famiglie che aspirano alla promozione sociale. Il ‘500 si rivela il secolo d’oro per il gran numero di personaggi che vi portano lustro. E’ il caso di ricordare il filosofo Bernardino Telesio, l’umanista Aulo Giano Parrasio che fonda l’Accademia Cosentina, Coriolano e Bernardino Martirano, Sertorio Quattromani, Galeazzo di Tarsia e numerosi altri personaggi di primissimo ordine. Nel 1535 la città ha il privilegio di ospitare l’imperatore Carlo V e di preparare un’accoglienza che risulterà spettacolare. Questo secolo presenterà anche momenti dolorosi per i Cosentini che assisteranno alla feroce persecuzione dei Valdesi, alle manifestazioni antispagnole capeggiate da Marco Berardi, alla peste del 1576 che la tradizione vuole cancellata dalla Madonna del Pilerio. Il Seicento viene caratterizzato da un recesso in tutti i campi, dalle conseguenze della superstizione e del fanatismo religioso al degrado politico: ne è una eloquente testimonianza la cronaca del Frugali, canonico della Cattedrale cosentina di quell’epoca. Come se non bastasse, nel 1638, un terribile terremoto si abbatte su Cosenza e provincia provocando incalcolabili lutti. Dieci anni dopo, le conseguenze della rivoluzione di Masaniello, si fanno sentire anche da queste parti alimentando odi antichi e dissidi di classe: Giuseppe Gervasi, alias Capitan Peppe, appartenente al ceto degli onorati, giudicato non sufficiente per accedere al "primo Sedile", ha modo di vendicarsi dei nobili; ne susseguono tumulti che provocano tensioni e momenti drammatici. Nel 1656 è la volta di una funesta pestilenza che decima la popolazione. Tra tutte queste sventure, però, emerge sempre la città delle grandi uomini quali Antonio Serra, Gian Vincenzo Gravina, Marco Aurelio Severino, Tommaso Cornelio, Gaetano Argento ed altri. Molti di costoro influenzeranno notevolmente il secolo che sta per nascere che porrà fine al Viceregno spagnolo e darà inizio a quello austriaco. Le cose non cambiano di molto. Rimane inalterata la struttura feudale ed immutati rimangono, nella sostanza, gli altri aspetti della vita sociale ed economica che avevano contrassegnato il XVII secolo. Con la conquista di Carlo di Borbone del trono di Napoli (1734), nuove speranze animano le popolazioni calabresi, a Cosenza il sovrano viene l’anno successivo al suo insediamento e non vi farà più ritorno. Per il resto la città è omogeneizzata alla politica del Regno senza fatti o avvenimenti particolari, se si escludono le tremende carestie degli anni sessanta e la definitiva chiusura dell’Accademia Cosentina e dei Pescatori Cratilidi di Gaetano Greco. Il terremoto del 1784, sebbene abbia interessato prevalentemente la Calabria Ulteriore, provoca ugualmente danni a Cosenza e ne fanno fede i numerosi atti di devozione nei confronti della Madonna del Pilerio il cui aiuto, come in occasione della peste del 1576, viene nuovamente invocato dai Cosentini. Intanto le idee della rivoluzione francese arrivavano anche in questo estremo lembo d’Italia; così come nel 1799, dopo dieci anni, Cosenza vive con la stessa intensità di Napoli le sue vicende. La cosiddetta "Rivoluzione napoletana", col limite evidente di essere stata quasi esclusivo appannaggio di pochi giacobini e massoni e di non avere coinvolto le masse popolari, ha anche qui i suoi sostenitori. Pure qui si pianta l’albero della libertà. La cruenta azione dei Sanfedisti non risparmia questa città che paga con le efferatezze degli uomini del cardinale Ruffo la sua vocazione repubblicana. Il "decennio francese" proietta sulla città l’aria di novità delle leggi eversive, della nuova amministrazione finanziaria dello stato e di iniziative tendenti ad una maggiore eguaglianza dei cittadini verso lo stato centrale; d’altra parte, però, presenta il discutibile atteggiamento dei soldati francesi, l’impopolarità della soppressione dei monasteri e degli ordini religiosi, la feroce persecuzione del brigantaggio. Con il ritorno dei Borboni sul trono di Napoli, molte leggi introdotte dai napoleonidi restano immutate, anzi gli effetti positivi si avvertono proprio in seguito. Nel 1820, la città vive con partecipazione i primi moti carbonari, la prima costituzione e, purtroppo, gli effetti disastrosi di una tremenda carestia. Nel ‘44 gli entusiasmi del Regno Italico Costituzionale si infrangono nella più dura repressione e nella condanna a morte dei fratelli Bandiera. Lo stesso accade dopo quattro anni. Intanto il terremoto del 1854, ben più grave di quello che si era verificato nel ‘32, si abbatte su Cosenza provocando lutti e miserie. Il momento magico dell’Unità d’Italia che aveva acceso in tutti speranze di un futuro migliore, si spegne rapidamente con l’acuirsi dei problemi caratterizzanti la società meridionale in genere e calabrese in particolare. Anche uomini di notevole caratura intellettuale, tra tutti basti citare Davide Andreotti, non bastano per scalfire una situazione ormai cementata dalla quale si esce solo con l’emigrazione. Il ‘900 porta qui come altrove, gli stessi problemi: la prima guerra mondiale, la terribile epidemia detta "spagnola", poi il fascismo e la lotta di liberazione. Tutti eventi che vedono elevarsi uomini di primissimo piano: da Luigi Fera a Pietro Mancini a Fausto Gullo a don Carlo De Cardona a don Luigi Nicoletti. Dalla fine del secondo conflitto mondiale alla fine degli anni cinquanta, si è assistito al fenomeno più traumatico che la città abbia potuto conoscere dalle sue origini dal punto di vista urbanistico: lo spopolamento del centro storico e la nascita di una nuova Cosenza al di là dei fiumi. Tratto da "L.Bilotto" - Itinerari culturali della provincia di Cosenza
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