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DIAMANTEEra un piccolo villaggio di pescatori che venne notevolmente incrementato dagli abitanti dei paesi vicini che abbandonavano le loro case distrutte dal tremendo terremoto del 1638. La chiesa dell’Immacolata (parrocchiale), è sita nella parte più antica del paese, vicino alla vecchia torre costiera. Fu eretta verso il 1645 nel luogo ove si era già insediato un primo nucleo abitativo per volere del principe Carafa il quale, oltre al suo palazzo, aveva fatto edificare case per i suoi vassalli addetti alla coltura della canna da zucchero. Al posto della parrocchiale, vera una cappella dedicata al Purgatorio e le funzioni principali erano a cura della chiesa di San Nicola. Quando quest’ultima fu profanata "dal bargello del principe e perciò sconsacrata" venne eretta la chiesa dell’Immacolata col concorso di tutti i cittadini e, in primo luogo, dalle famiglie più agiate che contribuirono in misura maggiore. Tale interessamento è ancor oggi testimoniato dai numerosi stemmi posti nelle loro cappelle di jus patronato (De Luna, presbiterio a sinistra; Perrone, quarta capp. sinistra; Leporini, terza capp. destra; Brancati, quarta capp. destra). Dal 1757 al 1787 furono eseguite altre opere tra cui, la più consistente, è costituita dall’aggiunta dell’attuale abside a cura di Saverio Leporini. La chiesa è a pianta rettangolare con cantoria alla quale si accede mediante scala a chiocciola. La parete sinistra contiene tre altari; la destra, quattro, con fonte battesimale in marmo del 600 proveniente dalla vecchia chiesa di San Nicola, e piccolo pulpito del 1881, in marmo bianco, opera di artieri calabresi. Il campanile ha due campane del 700. La volta è a botte. Nel presbiterio, a sinistra, statua lignea di anonimo statuario meridionale del sec. XVIII, raffigurante San Pasquale di Baylon; a destra, statua di Santa Lucia avente le stesse caratteristiche della prima. L’altare maggiore è composto da marmi bianchi e policromi provenienti da diverse botteghe di marmorari napoletani; venne eretto nel 1787 e rifatto verso la metà dell’800. Lo sportello del ciborio, in argento, è opera di Gabriele Sisino del 1856. Numerose le statue: l’Assunta (abside) del sec. XVIII; San Giovanni Battista di bottega napoletana del 700; San Nicola di Bari, di bottega napoletana del 600 (posto nella contro facciata); S. Francesco Saverio (primo altare a sin.); Madonna del Carmine del sec. XIX (quarto altare destro); Madonna del Rosario del sec. XVIII, (secondo altare destro); San Francesco di Paola del sec. XVIII (secondo altare sin.); Madonna Addolorata del sec. XX; Sant’Anna e la Vergine del sec. XIX; la Madonna del Carmine del sec. XVIII. Tutte le opere sono in legno frutto dell’arte di statuari meridionali. In evidenza, due acquasantiere rispettivamente in marmo grigio del sec. XVI e in marmo nero venato del sec. XVIII. In sagrestia, paramenti sacri e argenteria di buon livello tra cui un calice del 1882 e una navicella; inoltre, un dipinto olio su tela del sec. XVII raffigurante la Madonna del Rosario tra San Domenico e Santa Caterina.
CIRELLALa sua distruzione, a quanto viene riportato da qualche voce locale, che a dire il vero non ha molto seguito, sarebbe stata opera delle formiche. E strano che, in presenza di un fatto certo, ossia il suo cannoneggiamento da parte della flotta francese nel 1806, alla vigilia della conquista delle Calabrie, persista ancora questa leggenda. Si tratta comunque dell’antica Cerillae già ricordata da Strabone, che si vuole fondata dagli Ausoni. Dopo la sua colonizzazione da parte di Sibari, venne distrutta dai soldati di Annibale guidati da Annone. I Romani provvidero a ricostruirla; ne è testimonianza un residuo tempietto del periodo augusteo e, sebbene fosse stata edificata su una zona apparentemente difendibile e cinta da una possente massa muraria, subì ugualmente luttuose incursioni turchesche. Fino al 200 fu possedimento dei Tancredi Fasanella. Già nella seconda metà del secolo, precisamente nel 1269, vi figurano i Sant’Elia. Poi i Pascale, i Sanseverino, i duchi Armetrano di San Donato, i Catalano Gonzaga che vi ebbero incardinato il titolo di duca. Nel passato al partito filo-francese, ebbe a subire la confisca dei suoi averi e Cirella venne venduta a Girolamo Pellegrino per 17 mila ducati. Nel 1806, agli inizi della dominazione napoleonica fu cannoneggiata dalle navi francesi e distrutta. Dopo un passato glorioso ed autonomo, con decreto del 1876 venne accorpata al comune di Diamante. Alle falde della collina, una tomba di età imperiale romana, è un punto di riferimento intorno al quale sta venendo fuori una necropoli, purtroppo soffocata dallo sviluppo edilizio incontrastato. Nella vecchia città, oggi un cumulo di macerie, sono rimasti solo i ruderi del castello e di una chiesa che reca ancora visibili affreschi del sec. XV. Del maniero è interessante tentare di ricostruire il primitivo perimetro e di individuare i vari ambienti. Vi si può arrivare dal lato posto a Sud-Ovest perché consente un percorso più agevole. Lo stesso esercizio pur essere tentato con altre strutture abbandonate quali quella del convento di San Francesco di Paola con l’annessa chiesa di Santa Maria delle Grazie e della chiesa di San Nicola, antica parrocchiale. La chiesa parrocchiale di Santa Maria de Flores, posta nella zona nuova, ha la facciata esterna dominata da un portale in pietra lavorata del 600 con l’iscrizione: "Defendens Brunatus Novariens Episcopus Sancti Marci 1637"; la lapide e lo stemma del 1792 sono del vescovo Moncada. L’interno è tipo basilichetta latina con abside e frammenti medievali; l’affresco della Vergine è ridipinto. Inoltre, monumento funerario in marmo nero del duca Giuseppe Catalano Gonzaga e della moglie Leonilda de Novellis (1775); monumento in marmi policromi con stemma (4 aquile negli angoli formati da una croce) ed epigrafe per il duca Clemente Catalano Gonzaga e per la moglie M. Rosa Bonocore (1806); Madonna del Rosario e Santa Maria dei Fiori statue lignee di anonimi meridionali del 700. Fu rinomata per la qualità dei suoi vini lodati anche dal Tasso. Costume tradizionale: "Vesti rosse di calamo e seta; tovagliuolo di lino e pannetto verde. Maniche staccate; calze rosse di lana; non orecchini. Gonna come quella di Luzzi. Petto scoperto, allacciato con un bel riccio". Tratto da "L.Bilotto" - Itinerari culturali della provincia di Cosenza
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