www.calabria.org.uk                          Calabria-Cosenza-Longobucco    

 

LONGOBUCCO

Nacque nel Medioevo e deve il nome quasi sicuramente al torrente sottostante, il Macrocioli, che in lingua greca somiglierebbe all’attuale denominazione. Appare sulle carte medievali come Longobuccum che significa: lunga cavità. Pur essendo per gran parte del suo territorio da considerarsi come silano, non ebbe nel corso della sua lunga storia i privilegi legati alla regia Sila, vale a dire lo status demaniale. Venne, infatti, costretto a seguire le vicende del feudo di Rossano che per situazione geografica, tradizioni e cultura non costituiva certamente un ambiente omogeneo. Dal 1445 al 1464 il paese risulta essere infeudato ai Marzano; dopo una periodo di 23 anni di cui poco si conosce, vi compaiono gli Sforza (1487-1499). Fu poi la volta dei d’Aragona (1499-1524) dai quali passò nuovamente agli Sforza (1524-1559); poi agli Aldobrandini e, dal 1681 al 1806 ai Borghese. Senza dubbio famiglie di primissimo ordine ma che non ebbero per questo paese le stesse attenzioni che mostravano per Rossano.

Ci stiamo sforzando di dimostrare che, un po’ ovunque, in Calabria, fermi restando tutti gli aspetti negativi legati al feudalesimo, i paesi che potevano vantarsi di avere il palazzo del feudatario, avevano condizioni di vita migliori, e, se così si pur dire, investimenti più consistenti.

La chiesa di Santa Maria Assunta, fondata nel sec. XV e rifatta nel sec. XVIII in stile barocco, presenta tre portali in pietra con stemma comunale, pieddritti, cimase, leoni accovacciati. Il campanile del sec. XV è romanico, a base quadrata, con cupola a cuspide piramidale. L’interno i frutto di un rifacimento barocco, tuttavia, qua e là, sono visibili elementi romanici superstiti. Contiene due dipinti ad olio su tela di Onofrio Ferro da Paludi, raffiguranti rispettivamente l’Ultima Cena e l’Addolorata. L’opera più importante, custodita da secoli nella cappella dell’Assunta e oggi trattenuta nei locali della Soprintendenza di Cosenza, per cui è quasi certo che si potrà ammirare nella futura pinacoteca di Palazzo Arnone, è senz’altro una bella icona lignea a rilievo, dorata, su fondo cuspidato, in stile toscano del 400, raffigurante la Madonna col Bambino. Nel coro, due dipinti di Cristoforo Santanna. Inoltre, acquasantiere marmoree del sec. XVIII; fonte battesimale in pietra del sec. XVII; coro settecentesco e confessionali del 1760; busti lignei dei SS. Domenico e Francesco d’Assisi; tavole col volto di Cristo di F. Spina, rispettivamente del 1765 e 1777; croce processionale dipinta double-face del 600.

Raccolte in un piccolo museo locale, pregevoli argenterie prodotte da artisti napoletani con materia prima fornita dalla celebre argentiera di Longobucco. Nella chiesa di Santa Maria Maddalena, bel crocifisso ligneo colorato eseguito nel 1826; due dipinti di ignoti raffiguranti l’Annunciazione (800) e l’Immacolata (700); una tela raffigurante San Francesco di Paola dipinta da Francesco Spina nel 1775; dello stesso artista, vi sono due opere custodite in sagrestia: San Salvatore (a. 1772) e Cristo piangente (a. 1765). Inoltre vi si conservano le seguenti statue lignee: Cristo risorto (700), Bambin Gesù (700), Ecce Homo (700), San Francesco Saverio (700), Immacolata (700).

Nella chiesa dei Riformati, crocifisso ligneo dipinto al naturale nel 1826. Nella chiesa di San Domenico, pala d’altare lignea settecentesca a tre scomparti proveniente dalla chiesa della Trinità. In località Puntadura, santuario di Santa Maria della Mercede, di origine quattrocentesca, con elementi gotici quali il portale archiacuto, monofore e portale secondario. All’interno, icona della santa titolare. Nei pressi del colle Sirino, resti di un antico insediamento con ritrovamenti di vasi fittili a campana, decorati da svastica sul bordo della svasatura. In località San Pietro erano delle miniere d’argento forse già note in epoca normanno-sveva, e particolarmente sfruttate sotto gli Angioini.

A quanto racconta il Padula, delle donne di Longobucco si diceva: "Quantu sù belle se Longuvucchise, chi taprunu la porta, e diciu: trasi; ma taddimmanna si tieni turnisi, e si turnisi un ha, chiudi la casa".

Nelle processioni dedicate alla Madonna o ai santi, tra gli altri corredi, venivano offerti alle divinità degli animali come vitelli, capre pecore ecc., ornati di nastri. Si portavano in processione anche dei pali legati a croce ai quali si infilavano i tortani, ossia del pane a forma di ciambella. I ragazzi che precedevano la processione gridavano: "cacciati e piertiche e mintiti e trastine" che significa: "sgombrate le finestre da ogni oggetto che vi si dovesse trovare e ponetevi dei sacchi colmi di offerte sacre".

Il giorno delle nozze, gli amici degli sposi offrivano la pitta (focaccia) agli amici della sposa. Si chiamava il cullaccio, un pane rituale che ella stessa provvedeva a spezzare e distribuire. A celebrazione avvenuta, la suocera aspettava la nuora sull’uscio di casa e le presentava un cannello di seta grezza.

Nel caso di un decesso, come in altri paesi della Calabria, si spegneva il focolare e le donne con i capelli spettinati, iniziavano il lamento funebre sedendo sulla soglia del focolare o sopra dei materassi gettati a terra. Gli uomini col cappello in testa e il mantello sulle spalle, coprivano il loro viso, non essendo dignitoso mostrare le lacrime. Rinomate le chiangitare di questo paese, donne cioè abili nel lamento funebre a sostegno del dolore familiare, o, più semplicemente, pagate per farlo. Famosa la bestemmia che dice: "Ti vonnu ciancere dece longuvucchisi", che più o meno significa: "Voglio che tu muoia e che ti piangano dieci donne di Longobucco".

Sotto un grosso macigno di fronte al paese, si vuole sia nascosto un antico tesoro che consiste in una gallina e quindici pulcini doro. Per poterlo avere, è necessario mangiare un frutto di melograno senza lasciarne cadere a terra neanche un chicco.

Si stava ben attenti a non lasciare oltre il calar del sole, i pannolini dei neonati messi ad asciugare all’aperto, perché si riteneva che spiriti maligni potessero nascondersi al loro interno e disturbare la serenità del bambino che veniva in tal caso adumbratu. La madre che dimenticava questa precauzione, provvedeva ad annerire la biancheria col fumo dell’ulivo benedetto messo a bruciare sui carboni arroventati. Lo stesso rischio correva un bimbo tenuto anche solo fuori dalla finestra da una donna senza latte; in questo caso come rimedio bisognava lavargli il viso con l’acqua tiepida contenente tre gocce di latte della madre scaturito dalla mammella destra, il versante della mano con cui si fa il segno di croce. Quando in casa c'era una persona gravemente ammalata, si aspettava mezzanotte per aprire una finestra e recitare questa invocazione: "Madonna mia de l’Alma, tu chi stai ntra sa muntagna, Tu de luntanu ed iu de lu vicinu, cuncedami sa grazia chi volimu".

Costume tradizionale: "Corpetto assai stretto alla cintura, gonne a molte pieghe verticali. Fazzoletto bianco alla zitella, rosso alla maritata, nero alle beghine e vedove. Fettuccia nera alle trecce delle zitelle, né anelli, né collane".

Tratto da "L.Bilotto" - Itinerari culturali della provincia di Cosenza

 

DE CAPUA G., Longobucco dalle sue origini al tempo presente, Cosenza, Fasano, 1982;

FRANGIPANE A., Longobucco e le sue gemme, in "Brutium", 1848, n. 11-12;

GRADILONE A., Longobucco e le sue miniere, in "Arch. Storico Calabria e Lucania", 1963, n. 3-4;

GIPI, Bonifati, Bocchigliero, Staiti e Ciminà, in "La Calabria", a I, n. 33, Roma, 23. XI. 1919;

MURACA G., Longobucco, Cosenza, Periferia, 1994.

 

index home geografia storia arte e cultura turismo musei folklore gastronomia ambiente
industria artigianato commercio salute natura pubblicità servizi contatti links e-mail
         
Catanzaro Cosenza Crotone Reggio Calabria Vibo Valentia

Cosenza Storia