www.calabria.org.uk                             Calabria-Cosenza-Maierà    

 

MAIERA’

Il toponimo marà significa grotta, infatti ci chi vuole che il nome del paese derivi dall’enorme grotta che si apre alle pendici di una collina che in ebraico significa spelonca. Le origini sono ignote, ma c’è chi opina che il castello attorno al quale fu eretto il paese sorse verso il 1038 nei pressi dell’odierna cappella del Carmine. L’antico casale Santa Maria, detto San Domenico a partire dal 1500, ebbe a subire diverse denominazioni e conobbe tutte le vicende che interessarono la Calabria settentrionale. La più antica menzione risale al luglio del 1100, quando viene citata una "ecclesiam Sancte Marie in territorio castelli quod dicitur Machera"; si tratta di una delle tante donazioni fatte da Ruggero Borsa, figlio del Guiscardo, all’abbazia di Santa Maria della Matina.

La chiesa di Santa Maria era sita dove attualmente è il cimitero e, più precisamente, con entrata dalla parte destra. Nel paese già si praticava il culto dei SS. Sebastiano e Giacomo. Dal 1271, fino all’anno successivo, il paese appare infeudato a Guglielmo Matera, nobile cosentino. In seguito confluì nei possedimenti dei Sangineto. Nel 1329 vi risulta quale prima signora Costanza Isabella, sorella di Filippo Sangineto, che sposa, in seconde nozze, Ruggero Sambiasi II, e porta in dote la baronia. Vi succede la famiglia Lagni, venuta nel regno di Napoli con Carlo I d’Angiò. Il 12 giugno 1453 vi è già subentrata la famiglia Loria che tramite un discendente (Alfonso) fa ampliare il castello su cui fa incidere il nome e gli stemmi di casa Loria e di casa Raims. Anche il rifacimento della chiesa madre è dovuto alla sua munificenza. Nel 1574 commissiona a Ciriaco Capalbo la scultura del fonte battesimale, rotto durante una delle incursioni turchesche. Successivamente vi risultano Fabrizio Carafa, Marco Aurelio Perrone, Giuseppe Guerra, Francesco Carafa, Geltrude Fueroa, Pietro Catalano. La famiglia di quest’ultimo vi rimane fino al 1806.

La chiesa madre, o di Santa Maria del Piano, pare sia stata costruita per volere di Carlo I d’Angiò. Nel 1534, sotto Alfonso di Loria, è testimoniato un radicale rifacimento che provocò lo spostamento dell’altare maggiore al posto del primitivo ingresso. Ancor oggi le campane non hanno una loro definitiva collocazione. La chiesa fu ampliata dopo che il feudatario locale aveva comprato "alcuni setti di case"; costui fece apporre il blasone della sua famiglia e di quello della moglie (tre palle azzurro-dorate su campo doro), sulla facciata. La chiesa venne ulteriormente ritoccata nel 1711 e nel 1756, interventi attestati da una lapide con scritta: "ara maxima cum foribus permutatis". All’interno tele di mediocre fattura: Crocifissione, Annunciazione, Assunzione, Immacolata, di anonimi calabresi del 600. Una statua di Santa Rita, in legno, è del sec. XIX, mentre quella della titolare è di anonimo scultore del Seicento. Una Madonna col Bambino in stucco e una Santa Filomena in legno sono del sec. XIX.

Degne di nota sono ancora: un’acquasantiera in pietra di lapicida calabrese del 500, una croce astile in peltro del 700 e una lastra tombale dell’800. Nella chiesa di Santa Maria del Carmine, statua della titolare del sec. XIX in legno, stucco e seta e una serie di edicole in ceramica del sec. XIX raffiguranti episodi della Passione di Cristo. Sulla destra del Corvino c’è una grotta naturale all’interno della quale trovasi il Santuario di Sant’Angelo.

Nei dirupi di Juppano e sotto il castello, si dice che albergasse il demonio. Fino alla seconda metà dell’800 il neonato veniva immerso in una tinozza di vino perché crescesse robusto e adatto ai lavori pesanti. Il battesimo si faceva coincidere con l’uccisione del maiale. Il comparaggio avveniva con una foglia di piliejo, specie di mentastro: se ne mangia la metà dalle dita dell’altro e viceversa. Molto adoperato in questo paese, l’amuleto detto discenzio, una piccola pietra legata al polso del neonato con un nastro nero; era ritenuto valido per prevenire il malocchio e far calare le pericolose febbri infantili. A sud dell’abitato si dice ci sia la pedata del diavolo, una impronta sulla quale la gente di passaggio sputa.

Costume tradizionale: "Vesti rosse di calamo e seta; tovagliuolo di lino e pannetto verde. Maniche staccate; calze rosse di lana; non orecchini. Gonna come quella di Luzzi. Petto scoperto, allacciato con un bel riccio".

Tratto da "L.Bilotto" - Itinerari culturali della provincia di Cosenza

 

CAMPAGNA O., MAJERA, Brenner, Cosenza.

 

index home geografia storia arte e cultura turismo musei folklore gastronomia ambiente
industria artigianato commercio salute natura pubblicità servizi contatti links e-mail
         
Catanzaro Cosenza Crotone Reggio Calabria Vibo Valentia

Cosenza Storia