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SAN DEMETRIO CORONEPosto a 521 metri sul livello del mare, rappresenta uno dei più importanti centri culturali degli Albanesi di Calabria. Anche se sicuramente preesistente alla fondazione del monastero di Sant’Adriano, perché si ha notizia di un borgo precedente citato col nome di Situ Sancti Dimitri, è con questo insediamento che, seguendo una linea di sviluppo usuale nel Medioevo, si formò un centro sempre più consistente. Il 3 novembre 1471 l’abate archimandrita Paolo Greco della comunità dei religiosi di Sant’Adriano si reca presso il notaio De Angelis per rogare un atto che registra l’impegno ad accogliere i profughi albanesi nel casale di San Demetrio con la facoltà di coltivarne le terre. Dalla denominazione della località di provenienza Corone in Morea deriva anche il nome del posto: Corone che viene aggiunto al primitivo nome solo nel 1863. Poco fuori dal paese, si incontra un agglomerato che comprende l’antico monastero di Sant’Adriano fondato intorno al 955 da San Nilo da Rossano che vi si fermò sino al 980. Il rifiuto di doni che venivano offerti alla chiesa, dimostra come il santo desiderasse mantenere un modello di vita semplice in linea col suo ideale ascetico, senza tuttavia rinunciare a farne uno dei massimi centri della civiltà e della cultura bizantina. Per più di cento anni sono ignote le vicissitudini della struttura monastica, fino a quando, nel 1088, il duca Ruggero Borsa, figlio del Guiscardo, non lo poneva sotto la giurisdizione dell’abbazia benedettina di La Cava. Non ci è noto se, in ossequio agli accordi presi con la chiesa di Roma, venne impedito anche il rito greco. Successivamente S. Adriano tornò ad essere basiliano e a possedere vasti feudi. Con la consistente immigrazione di profughi albanesi, una nuova cultura si irradiava nella zona. Tuttavia, non si pensi che i monaci di Sant’Adriano e gli Albanesi avessero identità di vedute per il solo fatto di essere entrambi con la chiesa di Costantinopoli, perché il rito greco era stato largamente contaminato da quello latino tanto da non essere accettato dai nuovi arrivati. Costoro, anzi, quando potevano, facevano venire dalla madre patria i loro sacerdoti provvedendo anche a costruire ex novo le loro chiese. Ciò indusse papa Clemente XII, nel 1735, ad autorizzare un vescovo di rito greco e a trasformare il convento benedettino di San Benedetto Ullano in Collegio Italo Albanese; come dire una specie di seminario per sacerdoti di rito greco. Quest’ultimo, una volta abolito il convento di Sant’Adriano da parte dei Borboni nel 1794, vi fu trasferito insieme con la residenza del vescovo il che causò una serie di manomissioni tra le quali, la più importante, fu la rimozione dell’architettura del portale. Notevolmente difficile risulta la determinazione di un discorso organico ed unitario all’interno che appare, invece, discontinuo e con elementi così contrastanti da impedire la formulazione di alcuna ipotesi. Basta solo ricordare che anche le arcate che delimitano la navata centrale appaiono disomogenee sia per apertura che per forma. Sul lato occidentale del complesso, ove ora si nota una costruzione civile, era posta la facciata principale. L’unica cosa che è dato vedere dall’esterno è un portale ogivale sormontato da archetti romanici. Più in alto, il brutto campanile, è un rifacimento del XIX secolo. Oltre alle già notate differenze stilistiche, balza con evidenza come la colonna di sinistra sia, in effetti, un blocco di porfido, mentre quella opposta è composta da tre blocchi di breccia africana. Per quanto riguarda il pilastro a crociera, la colonna con l’impronta dell’arco a sesto acuto al di sopra del suo capitello assieme alle sporgenze delle fondamenta, fanno pensare ad elementi superstiti dell’oratorio pre-niliano. Gli affreschi dei sott’archi, risultano meglio conservati degli altri: sono figure non identificabili tranne quella di San Giovanni Battista. Fra gli altri santi, sante, vescovi e una Presentazione della Vergine al tempio, tutte opere eseguite tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo, solo attraverso dati comparativi, è possibile ipotizzare che vi siano raffigurati San Basilio il Grande, San Giovanni Crisostomo e Gregorio il Teologo. In ogni caso, un discorso definitivo su questi mosaici deve essere ancora fatto. L’abside centrale sormontata da una cupola e le due laterali, sono frutto degli interventi eseguiti nel XVII secolo. Inizialmente la navata centrale terminava con l’abside semicircolare di cui sono stati rinvenuti i resti intorno all’altare. Le navate laterali terminavano con due semplici muri rettilinei. La chiesa presenta ancora le monofore originarie ed un piccolo rosone del III secolo sull’arco trionfale. Il capitello relativo alla colonna sinistra fu definito da Paolo Orsi un "bell’esempio di capitello bizantino" escludendo comunque che possa trattarsi di un residuo dell’impianto pre-niliano. Il capitello della colonna di destra, invece, è in stile corinzio e, quasi sicuramente, proviene da Turio. Un prezioso elemento artistico della chiesa è senz’altro costituito dai residui di quello che doveva essere un ricchissimo e bellissimo pavimento a mosaico la cui creazione si fa risalire all’epoca normanna. Da questi pochi resti è possibile immaginare quale suggestione dovesse offrire una sua veduta quando, in passato, si poteva ammirare nel suo insieme. I resti del mosaico, composto in opus sectile con gran parte delle tessere a forma romboidale, presentano una straordinaria gamma di valori cromatici con figure fantasiose e molto suggestive. Quattro disegni, eseguiti da mani esperte, perché mostrano un lavoro di incastro su lastre di marmo, raffigurano: un leone che si contende una preda con una serpe, una serpe attorta in maniera concentrica, pantera o gatto selvatico, ed altra serpe attorta a formare un «8» oppure uno strettissimo «3». E’ probabile che la presenza costante del serpente sia da attribuire ad un particolare significato iconografico o simbolico. Sempre all’interno della chiesa, al principio della navata mediana, si trovano un’acquasantiera ricavata da un capitello bizantino; una conca ed un coperchio, probabilmente resti di una fontana normanna (sec. XII, con figure in rilievo e un capitello corinzio). Inoltre, uno dei due leoni accucciati su cui poggiavano le colonne che sorreggevano il baldacchino. In fondo alle navate, si trovano due rare colonne lignee del XIII secolo. Sono anche interessanti due paliotti, uno di Domenico Costa (1731) e l’altro di Maurizio Ofrias (1750). In sagrestia è custodito un reliquiario in argento di Sant’Adriano del XVI secolo. La chiesa parrocchiale dedicata a San Demetrio, ha, all’interno, un altare marmoreo del ‘700, stipi di sagrestia della stessa epoca, frutto di maestranze locali. Inoltre, le seguenti tele di ignoti artisti: Madonna delle Grazie (‘700), Annunciazione (‘800), Santa Venere martire (‘700), Madonna del Rosario con riquadri dei Misteri (‘700), Sacra Famiglia (‘700), il Martirio di San Demetrio (‘900). L’iconostasi è frutto dell’arte di Domenico Morelli (‘800). Seguono delle tempere su muro raffiguranti scene della vita di San Demetrio (sec. XX). Degni di nota sono il palazzo Mazziotti con un interessante portale decorato a bugna di diamante e il palazzo Stringari. In questo paese c’era l’usanza di usare la spoglia della serpe come amuleto contro il malocchio; si adoperava addirittura per far guarire un ammalato. Sotto il cuscino, si metteva il bastone che avesse toccato oppure ucciso due serpi attorcigliate. Come in altri paesi albanesi, il giorno dei morti, ci si reca in cimitero con vettovaglie di ogni genere e si banchetta sulle tombe dei propri cari, con allegria, perché i defunti non desiderano che si sia tristi per colpa loro. Tratto da L.Bilotto - Itinerari della provincia di CS
CAPALBO F., La chiesa di Sant’Adriano e la grotta di San Nilo, Paola, 1922; CAPPELLI B., Gli inizi del cenobio di Sant’Adriano, in «Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata» N. S. IX (1955), pp. 3-25; DILLON A., La Badia greca di Sant’Adriano (Studi e ritratti calabresi IV), Reggio Calabria 1948; MARTELLI G., La chiesa di Sa nt’Adriano a San Demetrio Corone in, «Bollettino arte Ministero P.I.» 3 Ser. XLI (1956) pp. 161-167; SCURA A., Gli albanesi d’Italia ed i loro canti tradizionali, New York, Tocci, 1912; TOCCI G., Notizie storiche e documenti relativi ai comuni di S. Giorgio Albanese, Vaccarizzo, S. Cosmo, Macchia, S. Demetrio, in appendice alle due memorie sulle questioni di scioglimento di promisquità con Acri, 1898; WILLEMSEN-ODENTHAL, op. cit., pp. 8-13. |