www.calabria.org.uk              Calabria-Cosenza-San Giovanni in Fiore    

 

SAN GIOVANNI IN FIORE

 

San Giovanni in Fiore e la Sila Bruzia

Notoriamente la Sila, assieme alla Foresta Nera, è tra i più estesi altopiani d’Europa, ed altrettanto noti sono i suoi antichi abitanti i Bruzi, i quali, secondo la tradizione, fondarono la città di Cosenza nel 357 a.C.. Ma è necessario evidenziare che queste popolazioni non godevano proprio di una buona fama, essendo note come feroci e selvagge.

Anche questo affascinante altopiano, comunque, seguì, per lungo tempo le sorti della città capoluogo. Pur se la sua integrità etnica sopravvisse alle colonizzazioni elleniche che davano vita alla Magna Grecia, le susseguenti espansioni dei Romani finirono per omogeneizzarne ogni peculiarità. Non è ben chiaro cosa avvenne da queste parti alla caduta dell’Impero romano, è tuttavia certo che sin dal VI secolo la cultura bizantina vi penetrò intensamente dando vita a nuovi insediamenti e diffondendovi, oltre alla pastorizia, anche il nuovo messaggio evangelico di Cristo.

I monasteri che vi sorgevano diventavano anche centri di aggregazione per costruzioni civili favorendo il sorgere dei primi villaggi silani. Ben presto però anche queste terre divennero teatro di scontro tra Bizantini e Longobardi la cui linea di demarcazione dei rispettivi domini, interessava se pur marginalmente, l’altopiano silano. Tutto ciò fino all’arrivo dei Normanni.

In pochi anni, da un popolo di guerrieri, sarebbero emersi condottieri e regnanti di grande valore; non solo, essi favorirono il diffondersi nel Meridione d’Italia di una nuova cultura artistica importata dai monaci cistercensi, il gotico. Ecco che col sorgere delle prime abbazie di questo ordine, anche le sorti dell’altopiano erano destinate a subire dei mutamenti, e, con la fondazione dell’abbazia florense, di cui si parlerà più avanti, doveva avere inizio la suddivisione in «Sila Badiale » (terre date in concessione alla badia) e «Sila Regia» (possedimenti facenti parte della giurisdizione reale), dalla quale dovevano avere inizio tante vicende legate alla legittimità dei possedimenti da parte di numerosi latifondisti, vicende che ancor oggi appassionano gli studiosi divisi tra coloro i quali affermano che l’usurpazione demaniale fu un fenomeno diffuso ed esteso e tra coloro i quali, pur non escludendo appropriazioni indebite, operano alcuni distinguo (1).

Fu Enrico VI, padre di Federico II di Svevia, che nel 1195 fece omaggio alla giovane congregazione florense fondata da Gioacchino della terza parte del territorio silano. Con la fine della monarchia normanno-sveva, anche la Sila veniva coinvolta nel progressivo ed inesorabile degrado che caratterizzò la società meridionale in genere e calabrese in particolare. Da allora il possesso di queste terre generò controversie di ogni genere e, pur se nel 1333 Roberto il Saggio emanava un editto col quale considerava demaniale la Sila, indicandone sia pur genericamente, i suoi confini, fino al XVI secolo, nessun re o viceré, pensò di dotarla di un concreto ed efficace ordinamento giuridico.

Nei secoli successivi, le pretese di legittimo possesso delle terre silane si estesero anche a centri notevolmente distanti dall’altopiano. Non solo quindi i villaggi e i paesi tradizionalmente silani, ma anche quelli pre-silani e, addirittura dell’altra parte del Crati, per non parlare delle abbazie alcune delle quali a notevole distanza da quelle terre, ambirono ad avere la loro parte. «All’aprirsi della questione silana troviamo tanto nella zona badiale che in quella regia tre tipi di sfruttamento delle terre: le "difese", le terre "corse", cioè soggette a determinati usi da parte degli abitanti, e le terre comuni su cui potevano esercitarsi senza restrizione alcuna gli usi civici. Sulla parte regia fu istituito nel 1614 il monopolio fiscale della fabbricazione della pece, e si formarono le cosiddette "camere chiuse" consistenti in zone boscose il cui legname era riservato all’amministrazione statale per la costruzione di navi» (2).

Nel periodo vicereale il regio fisco sempre più alla ricerca di nuove tassazioni, vide nei terreni silani una buona occasione per operare nuovi introiti e invitò i proprietari a produrre la documentazione comprovante la legittimità del possesso. Da allora fu un susseguirsi di indagini, di ingiunzioni, di verifiche e di transazioni tra lo stato, i comuni e i proprietari. Anche con l’eversione della feudalità e con la soppressione degli enti ecclesiastici, la situazione rimase confusa. Lo stesso avvenne dopo l’Unità d’Italia con uno stato di fatto invariato anche se gestito dalla nuova borghesia che aveva preso il posto dei vecchi feudatari.

Sarà necessario giungere al 1950 quando l’Opera per la valorizzazione della Sila e la Cassa per il Mezzogiorno attuarono la cosiddetta «riforma» con la quale veniva esaminata con un’ottica d’insieme l’intera problematica. Vennero inseriti nuclei di piccoli proprietari onde favorire una nuova struttura economica e sociale attraverso la creazione di nuovi villaggi di coltivatori vicini alle terre distribuite.

Sin dall’antichità l’altopiano è stato rinomato per alcune sue peculiarità: i suoi boschi secolari, i pascoli sterminati (si ricordi il verso di Virgilio: «Pascitur in magna Sila formosa iuvenca»), le fresche e leggere acque, la fauna ricca e particolare, ma altrettanto antiche sono state le opere di devastazione del suo patrimonio naturalistico. Oggi, finalmente, con una legge del 1968, è stato istituito il Parco Nazionale della Calabria diviso in tre fasce, una nella Sila Grande cosentina, un’altra nella Sila Piccola catanzarese, la terza in una parte dell’Aspromonte in provincia di Reggio.

La Sila Grande è sita in gran parte nei comuni di Celico, Spezzano della Sila, San Giovanni in Fiore e Longobucco. Presenta un suo particolare ambiente naturale la cui figura emblematica è senz’altro il lupo silano ormai ridotto a pochi esemplari protetti. Tralasciando di riportare notizie già ampiamente pubblicizzate sulle particolarità del patrimonio naturalistico, si vuole anche qui polarizzare l’attenzione su un itinerario esclusivamente storico-artistico.

E' da mettere in evidenza come questo itinerario possa essere facilmente collegato con quello che va dal mar Ionio alla Sila, con quello della Presila (da Castiglione a S. Stefano di Rogliano), e con Acri.

 


 

San Giovanni in Fiore e l'Abate Gioacchino

A San Giovanni in Fiore si giunge percorrendo la superstrada tracciata per buona parte sulla vecchia "silana-crotonese" (Km 65,7; 1 ora circa da Cosenza) . La storia di Gioacchino da Fiore si confonde con la leggenda non essendoci praticamente molte notizie sicure all’infuori di quelle tramandate dal suo più autorevole ed attendibile biografo: Luca Campano, suo scriba e segretario a Casamari, che fu anche arcivescovo di Cosenza, artefice principale della ricostruzione del suo Duomo, ed abate alla Sambucina.

Gioacchino nacque tra il 1130 e il 1136 a Celico (alcuni autori propendono per una fascia di tempo più ampia, cioè tra il 1111 ed il 1130); secondo la maggior parte dei suoi studiosi, da un padre notaio di nome Mauro Jaccino, secondo altri, da una famiglia contadina. Chi si attiene a quest’ultima ipotesi cita quanto egli stesso scrive di sé: «qui sum homo agricola a iuventute mea».

Egli, dopo una movimentata esperienza di vita, per così dire, civile, e in seguito ad un pellegrinaggio in Oriente nei luoghi dov'era nato Cristo, aveva voluto ritirarsi in preghiera e meditazione. Eccolo, quindi, affiancarsi al giovane ma già affermato ordine cistercense che lo vede suo autorevole esponente prima alla Sambucina, poi a Corazzo, presso Carlopoli, quale abate. Fra il 1183 e il 1184 è documentata una sua permanenza a Casamari, casa madre dell’ordine, dove conosce Luca Campano. Sorretto da una non comune forza spirituale, Gioacchino si distingue per un’azione divulgatrice di un profondo rinnovamento religioso in tutta la Valle del Crati. Ottenuto dai papi Urbano III e Clemente III il permesso di mettere per iscritto le sue idee, il suo pensiero diviene riferimento per molti nel suo tempo, e, più tardi, i Francescani Spirituali ne faranno il baluardo per la loro azione contro il potere temporale della chiesa.

Intanto nel 1189 Gioacchino, avversato dagli stessi Cistercensi sceglie la Sila per fondarvi la sede di un nuovo e più profondo movimento spirituale. In un primo tempo, egli si limita ad edificare una sorta di ospizio per accogliervi i viandanti bisognosi di aiuto. Tra il 1191 e il 1192, fonda un monastero che, in un primo tempo, dedica alla Madonna, allo Spirito Santo e a Giovanni l’Evangelista; successivamente, solo quest’ultimo rimane intestatario della chiesa e, considerato che la località sulla quale era sorta veniva da egli stesso chiamata Fiore Nuovo, non è difficile immaginare che, ben presto, il centro che stava per nascervi, prendesse il nome di San Giovanni in Fiore (3).

Il 26 aprile 1196 papa Celestino III approvava ed autorizzava la Congregazione Florense che si avvaleva ben presto della benevolenza delle corti normanna e sveva prodighe di concessioni e benefici verso la giovane abbazia. In breve il protocenobio florense, per prestigio e ricchezza, poté essere considerato alla pari con gli ormai più affermati e potenti monasteri calabresi quali il Patirion, la Sambucina, La SS. Trinità di Mileto, Santa Maria la Cattolica dei XII apostoli di Bagnara. Nel 1190 compare a Messina probabilmente per predire al re di Francia e a quello d’Inghilterra ospiti di re Tancredi, le sorti della successiva crociata.

Otto anni dopo si trova a Palermo per confessare Costanza d’Altavilla moglie di Enrico VI e madre di Federico II. In questa occasione, secondo la tradizione, innanzi al diniego dell’imperatrice di inginocchiarsi per prepararsi alla confessione, Gioacchino si rifiuta di ascoltarla. Nella stessa circostanza, egli «di spirito profetico dotato», avrebbe visto il piccolo Federico di appena 4 anni, il quale gli avrebbe ispirato la profezia di un futuro drammatico. Ben nota era l’allusione al grande imperatore quando si parlava di «un principe perverso» destinato a divenire nemico della chiesa e a morire scomunicato.

Alla morte di Gioacchino numerosi monasteri benedettini passavano alla Congregazione Florense. Tra questi, anche quello di Fontelaurato in Fiumefreddo Bruzio e Santa Maria dei Martiri presso Mendicino. Come afferma padre Russo, «Papa Gregorio IX nella bolla di canonizzazione di San Domenico, non esitò a considerare i Florensi come una delle quattro redini cui sono aggiogati i cavalli che tirano il carro della Chiesa, insieme con i Cistercensi, i Francescani e i Domenicani».

Sotto il suo papato si contavano ben 40 monasteri florensi e l’affermazione di una congregazione femminile florense con conventi a Cosenza, a Mendicino e a Sorrento. L’abate Gioacchino morì il 30 marzo 1202 a San Martino di Canale presso Pietrafitta mentre dirigeva i lavori di costruzione di una chiesa dove ancor oggi, sebbene vi siano addossate alcune costruzioni, è possibile scorgere tracce dell’ordine florense. Le sue spoglie, tuttavia, furono traslate solo nel 1240 a San Giovanni in Fiore (4).

Tanta ricchezza attirò le attenzioni di altri ordini religiosi desiderosi di mettere le mani sugli averi dell’abbazia e, quando si verificò la lunga permanenza dei papi ad Avignone, il monastero fu in balìa di spoliazioni, di soprusi e di illegalità, spesso a causa di altri monasteri, talvolta di feudatari rapaci quasi sempre alle prese con abati commendatari deboli ed incapaci di imporre regole di comportamento nella vita conventuale e nei confronti dell’esterno. Nel 1530 un decreto di Carlo V conferiva personalità giuridica al monastero. Ma il declino lento ed inesorabile continuava col passaggio, nel 1570, all’ordine cistercense senza che fatti sostanziali ne modificassero il degrado morale, anche se, dal punto di vista economico, continuò una certa autonomia di gestione.

Nel 1781 il patrimonio dell’archicenobio passava allo stato e, con l’arrivo dei Francesi, nel 1806, i monaci furono costretti a lasciare una fondazione con una storia di oltre 600 anni. L’abbandono dell’edificio da parte degli ultimi religiosi che vi erano rimasti, ne causò l’oltraggio ed il saccheggio da parte di soldati e di briganti che provocarono in tal modo la distruzione e la dispersione di opere d’arte ed oggetti che avrebbero potuto essere utilizzati per una ricostruzione dell’antica abbazia.

Non è difficile, anche dopo un sommario esame della disposizione planimetrica della chiesa, scorgervi i dettami dell’ordine cistercense, ma è altrettanto evidente che le regole di San Bernardo dovettero fondersi con esigenze architettoniche scaturenti dalla nuova visione ascetica e spirituale di Gioacchino. La chiesa come luogo di maggior raccoglimento e preghiera rappresentava, nella visione gioachimita, una smorzatura di alcune caratteristiche che nelle chiese cistercensi avevano delle funzioni più evidenti ed esaltate. Poche esigenze estetiche quindi, e soprattutto un filtro con il mondo esterno che, per esempio, si traduceva in una più discreta penetrazione della luce attraverso rosoni e finestre.

Quello che resta degli antichi splendori di questo monastero è ben poco; inoltre, aggiunte posticce e successive demolizioni rendono difficile una esatta ricostruzione dell’impianto originario. V’è anche da considerare che verso la metà del Settecento la chiesa fu ricoperta da una sovrastruttura barocca per meglio aderire ai gusti del tempo. Tracce di mura innanzi al portale occidentale inducono a supporre che vi sia stata una specie di portico che metteva in comunicazione la chiesa ed il chiostro. Dell’antica facciata è sopravvissuto il solo portale che, tra l’altro, reca ben visibili i segni nefasti dei soldati francesi che, bivaccandovi vicino, vi provocarono un incendio che alterò notevolmente il suo aspetto originario. Internamente, come nella maggior parte di chiese cistercensi, l’ordine architettonico è a croce latina con unica navata.

La cappella di destra è oggi adibita a sagrestia; da essa si accede al campanile per una scala a chiocciola di pietra coeva alla costruzione della chiesa e alla cui sommità si trova una campana del ‘400. Delle numerose opere d’arte che adornavano il suo interno, tra cui 4 tele di C. Santanna, oggi rimangono solo il coro a base quadrata con stalli in legno del XVII secolo commissionato dall’allora abate Buffoni e l’altare maggiore del ‘700. Sempre dalla cappella di destra si accede alla cripta.

Alcuni elementi caratteristici confermano l’impostazione generale data da Gioacchino all’edificio. Così, per esempio, l’interno ad una sola navata non coperta da una volta che si sviluppa senza interruzioni nel transetto, oppure il voluto distacco delle cappelle laterali alle quali si accede solo attraverso una porta, sono un ulteriore elemento di severità e semplicità. Altra caratteristica delle cappelle laterali è una inconsueta sistemazione su due piani con la sola differenza che quelle inferiori presentano un soffitto piano mentre quelle superiori, volte a botte. Questa particolarità potrebbe essere stata dettata dalla regola di Gioacchino il cui testo, per lungo tempo sconosciuto, pare sia stato da poco individuato.

Le cappelle del transetto sono coperte con volte a crociera così come le rispettive absidi rettangolari, lo stesso dicasi per l’abside principale che è sporgente rispetto alle altre. Mentre le due laterali vengono illuminate da due monofore, l’abside centrale presenta invece tre finestre ad arco acuto sopra le quali vi sono tre finestre quadrilobate a mo’ di triangolo equilatero all’interno del quale è racchiusa la finestra centrale esalobata. Questa particolarità ha fatto supporre che tale disposizione fosse da mettere in relazione alla "Trinità" rappresentata da Gioacchino nel "Liber figurarum".

In altri termini, l’apertura centrale rappresenterebbe la divinità e le tre piccole le "tre persone". Secondo il Martelli non sarebbe il caso di spingersi troppo in questa direzione perché un esempio simile è riscontrabile in una chiesa cistercense molto più antica dell’Abbazia di San Giovanni in Fiore: quella di Silvanes presso Lodève (Aveyron) (5).

Nel corso di alcuni lavori eseguiti nel 1924 fu portata alla luce e sistemata la cripta che accolse le spoglie dell’abate Gioacchino. Willemsen ed Odenthal ritengono che il fatto che questa chiesa ne possedesse una diverge da tutta la tradizione edile cistercense. «L’ulteriore singolarità è che essa non si estende al di sotto di tutta la costruzione orientale ma fa da scantinato alla sola cappella laterale a sud, alla crociera e all’abside centrale». Il fatto che il sepolcro dell’abate fosse rinvenuto sotto un cumulo di macerie fa ritenere per certo che il suo pensiero fosse temuto e che, anche a distanza di molto tempo, dovesse creare dei problemi.

Alla fine del ‘600 una sorta di lotta iconoclasta contro Gioacchino, non solo causò la distruzione di una sua immagine che fino a quel tempo aveva adornato l’altare, ma provocò la sparizione delle altre raffigurazioni dell’abate nella stessa San Giovanni e in quasi tutti i conventi florensi. Con buona probabilità, un provvedimento del genere si rese necessario sia per impedire che si venerassero uomini ritenuti dal popolo dei santi ma non riconosciuti dalla chiesa come tali, sia per consentire ai Cistercensi di cancellare una presenza ingombrante per il loro ordine.

La prima di queste due motivazioni spinse addirittura l’arcivescovo Narni Mancinelli, nella prima metà dell’800, a far traslare la salma di Gioacchino in un luogo ove fosse impossibile venerarla. L’insensata decisione del presule è in linea con quanto lo stesso fece ai danni della Cattedrale di Cosenza dove bisognerà aspettare mons. Camillo Sorgente per riportare il monumento alle antiche linee. Lo stesso avverrà a San Giovanni in Fiore dove il "benefico" arcivescovo farà murare le ossa sigillate dell’abate in un pilastro della chiesa dove riposeranno fino alla sua definitiva collocazione nella nicchia sepolcrale scoperta nel 1931 (6).

All’imbocco di una delle vie d’accesso alla piazzetta dell’abbazia, è posto il noto arco normanno a sesto ogivale che ormai fa parte dell’iconografia di San Giovanni in Fiore. Con buona probabilità, è l’unico superstite di una serie di archi posti alle strade che accedevano all’abbazia e che avevano anche funzione di porte d’accesso alla stessa città.

La chiesa di Sant’Antonio, già dei Minori Cappuccini, contiene un altare maggiore barocco ligneo, un ciborio intarsiato settecentesco, fastose cornici opera di artigiani di Rogliano. Inoltre, altare ligneo con statua di Sant’Antonio da Padova del ‘700; dipinto eseguito da Cristoforo Santanna nel 1762 raffigurante l’Immacolata; stipo di Francesco Marra del 1762; crocifisso ligneo del ‘600; n. 10 tele della Via Crucis dipinte da Francesco Giordano nel 1745; dipinti ad olio su tela da anonimi pittori del sec. XVIII che raffigurano San Francesco d’Assisi e Martirio di un santo francescano.

La chiesa matrice dedicata a Santa Maria delle Grazie, fu edificata nel sec. XVII ma modificata nel 1770. Conserva un portale centrale e due laterali in stile rinascimentale formati da pietra arenaria. Il campanile è sul lato sinistro. All’interno: altare ligneo di stile barocco con colonne e cimasa sulla quale è una tela dell’Immacolata di ignoto del ‘700; coro settecentesco; numerosi paramenti sacri. Notevole l’argenteria con reliquiari, pisside, calice, croce processionale in argento. Interessanti le altre opere su legno: panche della collegiata in noce scura del ‘600, leggìo, cappello del battistero, stipi della sagrestia, pulpito datato 1794, confessionali settecenteschi.

Originali gli undici busti lignei di Santi dipinti e dorati. La statua lignea della Madonna della Grazia col bambino in braccio è opera di bottega napoletana del ‘700. Sul soffitto della sagrestia, San Giovanni Battista che battezza l’abate Gioacchino da Celico, ingenua iconografia del monastero florense e dintorni, eseguita da pittore provinciale ottocentesco. Vi si conservano, inoltre, tabernacolo del ‘700, statua di Sant’Antonio del ‘700, antifonari di pergamena manoscritti decorati da fra’ Gioacchino Bongiovanni nel 1776.

La chiesa della confraternita dell’Annunziata, è opera della seconda metà del sec. XVIII e, in origine, era collegata con la parrocchiale. L’interno contiene un coro ligneo intagliato, decorato e datato (1760), e un gruppo di statue lignee del sec. XVIII, scolpite a tutto tondo e a figure complete, dipinte al naturale. Sulle pareti, affreschi con uguale soggetto.

Nella chiesa del Crocifisso, altare ligneo barocco, intagliato, dipinto e dorato, opera di artisti della Val di Crati del 1733 e busto ligneo raffigurante San Vito scolpito da anonimo meridionale del sec. XVIII. In località Cona, si erge la chiesa della Sanità costruita nel 1678; ha il portale in granito silano ed è trinavata. Custodisce un organo con mantice a mano, un quadro del Capiello del 1615 e un’opera di Cristoforo Santanna, posta sul soffitto.

Da evidenziare il palazzo Lopez, antica dimora signorile, ove pernottarono, dopo la loro cattura, i fratelli Bandiera. Nel 1984 è stato istituito il Museo demologico, composto da materiali documentari che vanno dal ‘700 fino alla metà degli anni ‘50 di questo secolo. E’ diviso in sezioni che ne rendono organica e completa la fruizione: attrezzi di lavoro, economie, tecniche e produzioni tradizionali, atti e documenti della storia sociale, cultura del paesaggio e dell’architettura, cultura cerimoniale magica e religiosa, cultura orale e musicale, cultura figurativa e ideologica. Le sale sono corredate da foto d’epoca di Saverio Marra.

Nel caso di un decesso, come in altri paesi della Calabria, si spegneva il focolare e le donne con i capelli spettinati, iniziavano il lamento funebre sedendo sulla soglia del focolare o sopra dei materassi gettati a terra. Gli uomini col cappello in testa e il mantello sulle spalle, coprivano il loro viso, non essendo dignitoso mostrare le lacrime. Famose le chiangitare di questo paese, donne cioè abili nel lamento funebre a sostegno del dolore familiare, o, più semplicemente, pagate per farlo.

Costume tradizionale: «Calze rosse, gonna nera ed alta, pettiglia nera (le maritate l’han rossa) i cànnoli (boccoli) e la tovagliuola».

A qualche chilometro da San Giovanni, sulla vecchia statale per Crotone c’è una casa cantoniera nota come la Stragola; a poca distanza su un colle ricoperto da conifere, una modesta colonna di tufo retta da una base di granito silano, indica che in quel punto nel giugno del 1844, furono uccisi i patrioti Tesei e Miller mentre i fratelli Bandiera venivano catturati dai Borboni.

Tratto da L.Bilotto - Itinerari della provincia di CS

 

(1) Per lo studio dei maggiori fautori di queste tesi vedasi rispettivamente: MELUSO S. La Sila e la sua gente, Cosenza, ed. Orizzonti Meridionali, s.d., vol. I; VALENTE G., La Sila dalla transazione alla riforma (1687-1950), Rossano, Studio Zeta, 1990. Relativamente ad un periodo più circoscritto, si segnala: PEZZI M., La Sila Borbonica. Per una bibliografia completa sulla Sila, fino al 1956, con breve commento sul contenuto delle opere, vedasi: BORRETTI M., Bibliografia della Sila, Firenze, Ed. Sansoni antiquariato, 1965.

(2 )DE PALMA E., Le secolari vicende dei demani silani, in «Calabria», Ed. Sadea, Sansoni, Firenze, 1963. pag. 250.

(3) MORELLI T., Cenno storico sopra San Giovanni in Fiore, Napoli, 1845; VALENTE G., La reazione Borbonica a San Giovanni in Fiore, negli anni 1860-61, in «Archivio storico di Calabria e Lucania», a. XI, pp. 73-78.

(4 )BLOOMFIELD M. W., Joachim of Flora. A critical survey of his canon, teachings, soucres, biografy ad influence, in «Traditio». XII (1957) pp. 249-311. New York; CROCCO A., Gioacchino da Fiore: la più singolare ed affascinante figura del Medioevo cristiano, (Collana «I grandi ideali dello spirito» I), Napoli, 1960; D’IPPOLITO G., L’abate Gioacchino da Fiore, Agrillo e de Rose, Cosenza, 1928; GRUNDMANN H., Zur Biographie von Fiore und Rainers von Ponza, in «Deutsches Archiv fur Erforschung des Mittelalters. Koln» 16 (1960) pp. 437-546; GRUNDMANN H., Federico II e Gioacchino da Fiore, in «Atti del convegno intern. di studi storici federiciani», Palermo 1952, pp. 83-89; HUCK, J.C., Joachim von Floris und die joachitische Literatur, Freiburg Breisgau 1938; RUSSO P. F., Gioacchino da Fiore e le fondazioni florensi in Calabria, Deputazione di storia patria , Napoli, 1959; IDEM, L’eredità di Gioacchino da Fiore, in «Arch. Storico Calabria e Lucania» XX (1951) pp. 131-144.

(5 )BARAUT C., Per la storia dei monasteri florensi, in «Benedectina» IV (1950) pp. 241-268; D’IPPOLITO G., Il cenobio florense della terra di S. Giovanni in Fiore, in «Brutium» IV (1925) nr. 11, pp. 3-4; n. 12, p. 3; MARTELLI G. L’organismo architettonico florense, in «Arch. Storico per la Calabria e Lucania», 1956; WILLEMESEN-ODENTAL, Calabria, destino di una terra di transito, Bari, Laterza, 1963, pp. 22-28.

(6 )FOGLIA S., Le ossa dell’abate Gioacchino nella cripta florense, in «Brutium» VI (1927), n. 10, pag. 3; GALLI E., Le reliquie dell’archicenobio florense, in «Religio», rivista di studi religiosi XIV (1938) pp. 266-292.

 
index home geografia storia arte e cultura turismo musei folklore gastronomia ambiente
industria artigianato commercio salute natura pubblicità servizi contatti links e-mail
         
Catanzaro Cosenza Crotone Reggio Calabria Vibo Valentia

Cosenza Storia