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SAN MARCO ARGENTANOSi vuole sia l’antica Argyrus; altri ritengono si tratti dell’altrettanto remota città Argentanum, che cambio il nome assumendo quello di Mandonia o Marcopoli al tempo in cui vi si rifugiò una colonia di sibariti scampati alla distruzione della loro città, o forse, per devozione al santo patrono di Venezia. Nel 1048 accolse Roberto d’Altavilla, meglio noto come il Guiscardo (furbo) che preferì stabilirvi il suo quartiere generale dopo aver abbandonato Scribla. Costui ampliò il castello fortificando il paese. Nel 1214 appare quale feudo del conte Rinaldo del Guasto, nel 1283 di Restaino de Agot. Nel 1334 vi figurano i Sangineto e, per le già note successioni dinastiche, confluì nello stato dei Sanseverino che proprio nel 1449 furono nominati duchi di San Marco. Da questi ultimi venne alienata, nel 1642, alla famiglia Gaetani che vi rimase fino al 1686. Dopo questa data il paese entrò a far parte del vasto feudo del marchese Spinelli di Fuscaldo fino a quando venne sorpreso dalle arcinote leggi eversive. Qualche chilometro prima del paese, si può visitare quello che resta dell’abbazia di Santa Maria della Matina. La costruzione della chiesa ebbe inizio tra il 1059 e il 1061. Venne consacrata nel 1065 dall’arcivescovo di Cosenza alla presenza di Roberto il Guiscardo e della sua seconda moglie Sigilgaita che ne erano stati anche i donatori. Sembra che il valoroso condottiero normanno abbia voluto compiere tale gesto come atto di pentimento per le efferatezze commesse durante la conquista della Calabria. Sebbene sin dalla sua nascita il convento godesse dei favori della corte normanna, dal 1183, vennero a mancare le attenzioni dei regnanti, soprattutto a livello economico. Tale stato di precarietà facilitò il trasferimento dei monaci alla Sambucina . Nel 1410 un abate commendatario curava la conduzione di entrambi i conventi. Ma in seguito alla frana del 1569, i monaci si spostarono nuovamente alla Matina. Inesorabilmente, però, la sua attività fu definitivamente sospesa nel 1658 e i suoi possessi trasferiti alla Sambucina risorta a nuova vita. Nel 1808 veniva soppresso dalle leggi eversive e venduto ai privati. Tra le costruzioni accorpate in epoche successive, spicca ancora il portale i cui pochi elementi superstiti (colonnine e capitelli malandati) ne testimoniano l’origine cistercense. Varcata la soglia d’ingresso, ci si trova nel vano portone; di fronte, un arco ad ogiva che poggia su pilastrini anellati e capitelli a fioroni, introduce nell’antico chiostro del convento. Imboccando la porta sulla destra, si entra nella Sala Capitolare di chiara marca gotico-cistercense importata da Casamari, offuscata dalle macchie di colore date un po’ ovunque. Resta comunque intatto il fascino di questo ambiente movimentato da pilastri fasciati da una serie di colonnine sormontate da delicati capitelli chiaramente cistercensi dai quali si sviluppa un gioco di costoloni che disegna delle voltine a crociera. L’interno si presenta a tre navi con sei volte a crociera ed è illuminato da finestroni sagomati ogivali. Da notare, alcune tele seicentesche tra le quali: l’Annunciazione, l’Incoronata e l’Immacolata. Nel paese è d’obbligo una visita all’ex Cattedrale di San Giovanni Battista di origine normanna ma rifatta in stile barocco. Solo la cripta rappresenta l’elemento residuale dell’originale chiesa. Fu eretta nel sec. XI, sul sostrato di un tempio pagano di età classica, insieme con l’episcopio. Quest’ultimo fu costruito per volere del Guiscardo; lo scelse quale sua dimora utilizzando 20 mila scudi sottratti a Pietro Tura, potente funzionario bizantino di Bisignano. Si vuole che qui l’astuto condottiero normanno si stabilisse con Alberada e che vi nascesse il figlio Marco Boemondo, distintosi nella prima crociata. La cattedrale, nel 1087, è già sede vescovile e si era quindi staccata dalla diocesi di Malvito alla quale apparteneva precedentemente. E’ dedicata a San Nicola di Bari nello stesso anno in cui vengono traslate le sue ossa nella città pugliese. La struttura originaria resiste fino al ‘700, in seguito viene ricoperta di stucchi. Dalla stampa del Pacichelli del 1692, appare il campanile staccato dal corpo della chiesa. Nel 1930 sotto il presulato del vescovo Moscato, viene ampliata; crolla la vecchia facciata, il campanile viene eliminato, si scoprono le cripte; purtroppo, però, non vengono documentati, nel suo insieme, gli interventi effettuati, né esiste una relazione che illustri lo stato dell’edificio antecedentemente alla ristrutturazione. L’interno é costituito da marmi, decorazioni e statue recentissime. Nella cappella del Sacramento, ciborio in marmo di epoca rinascimentale. Notevole anche un prospetto di ciborio scolpito a bassorilievo su schema toscano del ‘400; in alto é raffigurato lo Spirito Santo, ai lati del portello, angeli in preghiera; in basso mitra vescovile; l’opera proveniente da una bottega di marmorari napoletani è del ‘500. Prima posta sulla porta della sagrestia, ora sull’altare maggiore, pregevole icona dipinta ad olio ed oro su tavola, sulla quale è effigiato San Nicola in fastoso paramento rosso a rose d’oro, pallio crociato, mitra con gemme portata da due angeli; il fermaglio e la collana sono a ricca merlettatura d’oro. In quanto alla sua attribuzione, si ritiene che l’opera risenta dell’influenza catalana della seconda metà del ‘400. Dedicata allo stesso santo, è una statua settecentesca a mezzobusto modellata a tutto tondo in lamine d’argento sbalzato, su scannello anche di lamine e rilievi argentei, con decorazioni barocche. Nel soccorpo, grande cripta a quattro navate con 12 pilastri dai quali si dipartono 35 archi. Si tratta di un insieme piuttosto originale che fa pensare più a qualcosa di pagano o di militare che ad un edificio religioso; in ogni caso, l’interesse maggiore deriva dalla suggestiva dicromia caratterizzata dall’alternanza dei materiali di costruzione delle volte: tufo e mattoni che si ergono al di sopra dei massicci zoccoli di pietra. Degno di nota è un cimelio custodito nell’episcopio; si tratta di una preziosa croce reliquiario costruita, con ogni probabilità, con argento proveniente dalle miniere di Longobucco, da artisti influenzati dall’arte bizantina, anche se la sua creazione si fa risalire allo scorcio del regno di Carlo lo Zoppo, in un periodo cioè, in cui la tradizione antica s’era ormai affievolita. Anche se esempi analoghi per disegno e composizione ornamentale sono da individuare nella croce della collezione Gallo a Castrovillari e in quella custodita nella collegiale di Morano Calabro (1425), l’opera rimane singolare nel suo genere e, per tale motivo, è difficile stabilire quale tra le diverse datazioni proposte, risulti la più attendibile. La confusione maggiore è creata dalla scritta posta sopra il Cristo, nel "recto": Jesus Nazarenus Rex Judeorum che indurrebbe ad ipotizzarne una creazione della fine del XIV secolo. Secondo il Lipinsky l’epoca di costruzione della croce è antecedente e le lettere apposte dovettero sostituire una scritta precedente in greco ad opera dell’abate Tommaso il quale, secondo Biagio Cappelli, aveva lasciato la Matina nel 1321, con largo anticipo rispetto alla datazione proposta per l’iscrizione stessa. Sul "recto" appare Cristo in Croce in una inconsueta rappresentazione che mette in evidenza un corpo plastico ma con elementi assolutamente originali quali lo sguardo quasi selvaggio. Nell’estremità superiore è inciso un angelo recante un bastone fiorito in una mano e un libro nell’altra. Nel trilobo del braccio sinistro è raffigurata la Madonna ed in quello di destra Giovanni l’evangelista. Entrambe le figure presentano il capo che poggia sulla mano destra in un gesto di meditazione e di dolore; sono tutte a mezzo busto. Nel trilobo inferiore è posto un reliquiario. Sul "verso", al centro, è rappresentato l’Agnello di Dio; alle estremità dei bracci appaiono i simboli dei quattro evangelisti: a sinistra e a destra quelli di Luca e Marco, sopra di Giovanni e sotto di Matteo. Di fronte alla chiesa di San Marco Evangelista interamente rifatta nel 1929, e che contiene solo una statua di San Giovanni e due tondi di scarsissimo pregio (Madonna di Pompei e Sacro Cuore), è posta la fontana di Sigilgaita. Ha una parte più antica in pietra da taglio, ed è del ‘500; quella più recente, del sec. XIX, è in malta e pietra. La facciata è divisa da 5 paraste doriche; al di sopra delle 3 centrali, sono poste altrettante figure femminili a mo’ di cariatidi, col seno scoperto. La prima da destra è detta la "smorfiosa" ed è assimilabile ad un tipo orientale. Quella centrale raffigura la virtù ed è stata scolpita nella metà del sec. XVII. La terza, si vuole raffiguri proprio la moglie del Guiscardo. Continuando ancora in salita e girando al primo bivio a sinistra, si giunge alla torre normanna detta di Drogone, fatta erigere da Roberto d’Altavilla nel 1048 sulle rovine del castrum romano, Rappresenta uno degli elementi caratteristici del paese. E’ impossibile non notarla, coi suoi 18 metri di altezza, ed è altrettanto facile tornare con la mente al Guiscardo che, abbandonata la sua residenza di Scribla, presso Spezzano Albanese, si trasferì proprio a San Marco Argentano. Con i suoi grandi vani e i muri di notevole spessore, si presenta come una torre di difesa e l’ubicazione in alto dell’ingresso colloca il monumento tra le opere militari d’impostazione normanna più importanti. Secondo Paolo Orsi, venne rinnovata nel ‘400. Attraverso una scalinata che arriva al ponte elevatoio, si accede alla torretta. Sicuramente ci si trova di fronte ad un edificio molto interessante con una circonferenza alla base di m. 43,30. E’ divisa in cinque ambienti circolari. Al primo piano, senza finestre, e sotto il piano di ripellino, si nota una copertura con volta conica; nel secondo, la volta è crollata; il terzo ha volta con sesto acuto e lunette allungate in corrispondenza degli sguanci delle finestre allargate nel 1449 dai Sanseverino. La sala successiva, è come la precedente: i finestroni sono stati allargati nel ‘700 e il portale è stato rifatto nel 1966. La quinta sala con volta semisferica, con 2 finestre originali del XI secolo, ha un forno ricavato nello spessore del muro. A collegare gli ambienti é una scala elicoidale, anch’essa ricavata nello straordinario spessore della massa muraria (m. 3,10). La fortezza subì modificazioni per aderire alle utilizzazioni che veniva via via a ricoprire: nel ‘200 fu adoperata da Federico II quale prigione, anzi si dice che vi fosse stato rinchiuso il figlio Enrico lo Sciancato. La prima castellania fu affidata nel sec. XIII ai Selvaggi; in quello successivo ai Ruffo conti di Catanzaro, poi ai Corsini. Nel 1449 tutto confluisce nello stato di Bisignano e vi si registrano consistenti rifacimenti. Nel ‘700 venne adibita nuovamente a prigione. Nel 1783, fu danneggiata dal terremoto e risulta proprietà dei Ricciardi. Il 6 marzo 1887 fu acquistata dal comune per il prezzo di £. 4.000. Tornando indietro e girando a destra al primo bivio, si arriva alla chiesa della Riforma. Con l’attiguo convento, vennero eretti nel 1216. Federico II decretò la soppressione della parte monastica nel 1240. Riaperto nel 1320, come è riportato in una iscrizione posta sulla parete del chiostro, fu ceduto ai Conventuali che vi rimasero fino al 1517. Successivamente fu abitato dagli Osservanti, quindi dai Riformati. Nel 1624 una parte dei beni, per decreto di Urbano VIII, passò al seminario. Nel 1728 padre Anselmo da Mottafollone, in un suo scritto, illustra l’antica chiesa; nello stesso tempo, ne promuove la completa trasformazione in stile barocco. Il campanile è a vela. L’interno è mononavato . Entrando dal portone principale, a sinistra ecco la cappella del Pilerio con un arco tufaceo decorato del sec. XVI, e con affresco raffigurante la Madonna del Pilerio, dipinta nel sec. XV, a cui è legata una leggenda, illustrata già nel 1692. Sull’altare, tela su cui è effigiata la Madonna delle Grazie tra i SS. Antonio da Padova e Francesco d’Assisi; accanto affresco del sec. XIV raffigurante Sant’Antonio da Padova; di fronte busto ligneo di San Francesco di Paola. Uscendo dalla cappella, sulla sinistra, i seguenti dipinti: Santi francescani, Sant’Elisabetta, Sacra Famiglia con San Giovannino, Sant’Anna, Santa Rosa. Sulla parete destra: San Pasquale di Baylon e Santa Lucia, Santa Chiara, San Vincenzo Ferreri, Santa Rita, San Francesco d’Assisi, Santa Chiara. Sulla volta dipinti recenti di M. Battendieri sulla vita del santo d’Assisi. Vicino all’arco trionfale sono poste le tavole che ritraggono i SS. Pietro e Paolo, quest’ultimo con 2 piedi sinistri. Nella zona absidale, in alto, è collocata un’ opera di gran pregio, si tratta di un trittico dipinto da Pietro Negroni raffigurante la SS. Trinità. Inoltre, il coro ligneo barocco è opera di arte monastica del 1772, più particolarmente di frà Giuseppe da Grimaldi e Giovanni da Bonifati. Il bel leggio ligneo intarsiato è del 1554. Gli stipi lignei intagliati del sec. XVIII, sono decorati con motivi floreali ed uccelli. Nelle pareti dell’abside, sono collocate quattro tele di anonimi pittori ottocenteschi, raffiguranti rispettivamente: San Francesco d’Assisi e San Pasquale di Baylon, la Madonna e Santa Caterina d’Alessandria, la Madonna con sante francescane, la Madonna del Carmine con San Francesco e altri santi francescani. Non più in loco, forse perché in restauro: un olio su tavola su cui è dipinta l’Immacolata con i simboli delle laudi, di epoca tardo rinascimentale; reca anche la data e la firma: Melchjd De Maggiore pinxit, 1585; un altro dipinto ad olio su tavola, stavolta di anonimo pittore settecentesco, raffigura i sette francescani calabresi trucidati in Marocco il 7 ottobre 1227, meglio noti come i Martiri di Ceuta, anzi, è l’intera provincia ad essere nota come Provincia dei sette martiri (S. Daniele da Belvedere, Nicola Abenante e Leone Somma da Corigliano, Ugolino da Cerisano, Donato, Angelo e Samuele da Castrovillari). Tratto da L.Bilotto - Itinerari della provincia di CS
BRUNO E., San Marco Argentano, Ivi, 1993; CRISTOFARO S., Cronistoria della città di San Marco Argentano, Cosenza, 1926; CRETELLA M., La Torre normanna di San Marco Argentano, in «Brutium», II (1923), n. 14, p. 1-2; ORSI P., San Marco Argentano, appunti di viaggio, in «Brutium», 1926, n. 10-11-12; TIESI G., Problemi di tutela del patrimonio architettonico nelle chiese della Diocesi di S. Marco- Scalea, in «AA.VV. I beni culturali e le chiese di Calabria», Reggio Calabria, Laruffa, 1981, p. 425. |