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SANTA SOFIA D’EPIROIl paese esisteva già prima dell’arrivo degli Albanesi. Originariamente era costituito dalle frazioni Santa Sofia Terra, Pedalati, Appio e Li Musti, infeudate al vescovo di Bisignano da Celestino III con bolla del 1192. L’origine si fa risalire intorno all’896. Nel 1276 contava poco più di duecento abitanti, ma il crescente incremento demografico fu stroncato da pestilenze ed epidemie particolarmente funeste nel sec. XIV. Ecco perché i Sanseverino di Bisignano nella loro opera di favorire il ripopolamento delle loro campagne, tramite l’archimandrita Paolo di Sant’Adriano, accolsero un gruppo di profughi provenienti dall’Epiro che era momentaneamente fermo nel rossanese. Nel 1573 passava ai Vezze; tre anni dopo ai Milizia che vi rimasero fino al 1806. La chiesa madre dedicata a Sant’Atanasio, prospiciente l’omonima piazzetta, venne eretta nel 1742 a cura di maestranze municipali. L’interno, decorato a stucchi in tenue barocco, è mononavato e, oltre ad alcune statue processionali, contiene una tela che raffigura il titolare della chiesa, dipinta nel 1742 e contornata da decorazioni scultoree della stessa epoca. In seguito ai recenti restauri effettuati tra il 1952 e il 1972, l’interno è stato decorato alla maniera bizantina dall’artista greco Nikos Jannakacis tra il 1977 e il 1982. Bella l’iconostasi: al centro, l’Ospitalità di Abramo; il Simbolo della SS. Trinità. Le due immagini dell’arco di destra e di sinistra, raffigurano l’Angelo annunziante e l’Annunciata; in basso a destra il profeta Salomone, a sinistra, il profeta Davide. Tra gli affreschi della navata, i Padri del Concilio di Nicea (a. 325) tra i quali, primo da destra, S. Atanasio, allora semplice diacono, mentre scrive il credo; racchiuso in un arco a sé stante Ario, l’eresiarca. Seguono: il Sacrificio di Abramo, con in alto l’angelo e accanto l’agnello che poi verrà sacrificato; Gesù che libera un uomo da uno spirito maligno, dietro di lui, altre tre figure; la Resurrezione di Lazzaro, le cui sorelle si inginocchiano davanti a lui, in alto, i farisei increduli; la Deposizione dalla croce, in basso, il teschio che raccoglie il sangue di Cristo e che raffigura Adamo ed il genere umano che viene redento; Cristo ascende al cielo e ai lati gli apostoli; la Pentecoste, sotto, un uomo vecchio simboleggia il vecchio mondo vinto da Cristo; la Dormizione (per la chiesa latina l’Assunzione): la Madonna è circondata da apostoli e gerarchi; al centro Cristo in gloria (rappresentata dall’arco stellato) che tiene in braccio l’animo della Madonna con sembianze di bambina. I mosaici sono di un pittore di Monreale: Pantaleo Jannacari, tranne i due posti dietro l’iconostasi che sono di Giuseppe Dobrawsky. Nella contrada Santa Venere - narra il D’Orsa - si trova un’antichissima chiesetta appartenente alla comunità di un villaggio non più esistente che era chiamato Pedelato. Nei giorni in cui le giovani lavoratrici dei campi si recavano a svolgere la loro attività, passavano davanti alla chiesetta tutte le mattine e, quando il 27 luglio, si celebrava la festa di Santa Venere, la pregavano affinché potessero trovare marito. In questo paese c’era l’usanza di adoperare la spoglia della serpe come amuleto contro il malocchio; si usava addirittura per far guarire un ammalato. Sotto il cuscino, si metteva il bastone che aveva toccato oppure ucciso due serpi attorcigliate. Il contadino lo adoperava per mescolare il grano sull’aia per farlo crescere, la donna di casa per spostare le frasche nelle quali i filugelli lavoravano i bozzoli per consentire uno sviluppo più rapido e migliore. Si credeva che nel circondario di Santa Sofia albergassero le fate che in genere circolavano a tre alla volta: quella grande portava bene, quella piccola sventure, quella media una via di mezzo. Per questo motivo si stava attenti ad accudire i neonati e a preservali da simili forze. Il rituale prevedeva di lasciare le luci accese per sette giorni dopo la nascita di un bambino, di avere cura a tenere ogni stanza bene in ordine e la tavola imbandita, ciò al fine di non indispettire le fate che, altrimenti avrebbero scaricato la loro rabbia proprio con i più deboli. Tratto da L.Bilotto - Itinerari della provincia di CS
BELLUSCI A., Natale a Santa Sofia d’Epiro, in «Shejzat», 1964, n. 11-12; IDEM, A Santa Sofia d’Epiro, Antiche tradizioni attuali e credenze tramontate, in «Zgjimi-risveglio», 1965, n. 3-4; GIURA V., Economia e società in un casale di Calabria Citra nel sec. XVIII: Santa Sofia d’Epiro, Napoli, 1987. |