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TREBISACCERecenti scavi, in località Broglio, hanno accertato insediamenti umani di epoca protostorica certamente collegati con gli altri di Torre Mordillo, di Amendolara e di Francavilla Marittima. Durante la campagna di scavi promossa dal prof. Peroni, sono venuti alla luce cocci di ceramica di tipo miceneo prodotta nelletà del Bronzo e del Ferro. Lo studioso ha fornito un’ampia relazione descrivendone il sito, la sua estensione e il tipo di ritrovamento effettuato, giungendo alla conclusione che, quando i primi Greci approdarono su quel suolo, a Broglio esisteva già una comunità ben organizzata. In località Mazzuca, è stata rinvenuta, invece, una necropoli più tarda, di epoca ellenistica, con corredi funebri tra i quali spicca uno stamnos attico ove è figurato il ratto di Orizia, della metà del sec. V a.C.; inoltre, resti di cinta muraria con porte civiche ed altri elementi architettonici. Il mare prospiciente il paese è ricchissimo di cocci di anfore, al largo, sono stati scoperti resti una flotta navale greca che si ritiene sia appartenuta Dionigi il Tiranno affondata da queste parti, più precisamente tra Amendolara e Trebisacce. Il suo nome è di derivazione greca e sta ad indicare un paese collocato su un tavolato; il vecchio centro, infatti, era in collina. In quanto all’origine di Trebisacce, il Laviola ritiene che sia stata fondata dai Bizantini tra il IX e il X secolo. Prove inconfutabili non ne vengono addotte, perciò il problema rimane insoluto. Notizie sicure appaiono a partire dal 1116, quando un documento del 22 giugno di quell’anno registra la donazione del paese fatta al vescovo di Cassano da Alessandro, fratello di Ugo di Chiaromonte e cugino del duca Ruggero di Puglia dal quale lo aveva ottenuto dopo la morte di Roberto il Guiscardo. Nel territorio di Trebisacce, Domenico Vendola, ha individuato il Monastero di Santa Maria de Funtana (sec. XIII) e di Josafat (sec. XII) di cui oggi non esiste traccia alcuna. E' interessante notare come, secondo una citazione fatta da mons. Sequeiros, presule di Cassano alla fine del 600, soggette al quella diocesi erano anche le popolazioni di Mormanno; tutto cir in virtù di privilegi concessi sia da Carlo I che da Ludovico III d’Angiò. In alcuni documenti del sec. XVII, si ribadiscono i diritti della chiesa su quel paese e su San Basile, tuttavia, i conflitti di competenza con i Sanseverino non cessarono mai, almeno fino a quando il potente casato, oberato di debiti, non cominciò ad alienare numerosi possedimenti. Contemporaneamente, nel 1616, venne ceduta la giurisdizione criminale di Trebisacce, l’unico privilegio non posseduto dalla chiesa cassanese, a Francesco Maria di Somma che, dopo pochi mesi, la passò a Giovanni Maria Giannini. Da costui una simile prerogativa ebbe dei successori al pari degli altri diritti feudali fino alle leggi eversive dei francesi. Una delle acquirenti dei diritti feudali di Trebisacce, fu Giulia Gaetano d’Aragona che su questo paese ebbe incardinato il titolo ducale. Nel 1655, il re di Spagna concedeva un nuovo privilegio a Ippolita Rocco, nominandola principessa di Trebisacce per soli dieci anni. Questa anomala concessione è spiegabile solamente se si considera che, evidentemente, veniva fatta per non scontentare il vescovo di Cassano, che mai aveva mostrato di rinunciare ai propri diritti su quelle terre. Trebisacce rimaneva quindi sotto la giurisdizione della chiesa cassanese che vi esercitava tutte le prerogative di carattere feudale, esclusa solo la facoltà di condannare a morte o di effettuare mutilazioni corporee, che erano di pertinenza del principe di Bisignano fino all’eversione della feudalità. La parrocchiale è dedicata a San Nicola di Mira ed i in stile barocco ma la sua origine si fa risalire al sec. XI. In una relazione del 1908, viene riportato che sul cornicione del campanile poteva leggersi una data: 1104. Più sicura è la notizia secondo la quale, il vescovo Tomacelli che resse la diocesi dal 1491 al 1519, e che risulta essere stato particolarmente attivo nel promuovere il rifacimento della cinta muraria, la ristrutturazione della taverna pubblica e del frantoio, si occupò del rifacimento della chiesa. Successivi lavori vennero effettuati nel 1792, nel 1858 e nel 1905. L’esterno è caratterizzato da originali cupole che ne ricordano l’origine bizantina L’interno è trinavato, con la nave mediana più ampia delle laterali. Oggi non sono più presenti le numerose opere d’arte che adornavano il sacro tempio fino agli inizi di questo secolo, tuttavia vi si conservano ancora delle statue. Sulla navata destra: Gesù flagellato; Immacolata (lignea dell800) con in alto dipinto della Trinità del Caffano del 1784; Gesù Risorto; segue altare marmoreo con statua della Madonna del Rosario opera di fine 700-inizi 800; più avanti, San Nicola di Bari bella statua lignea del 700 scolpita e dipinta al naturale; poi, Madonna di Fatima e Sacro Cuore. Sull’altare maggiore, affresco raffigurante il titolare. Sulla navata sinistra, statue di San Leonardo (800),Addolorata (1883) e Gesù nella bara, Sant’Antonio da Padova, Madonna del Carmine (in legno, dell800), Santa Lucia, Crocifisso.Inoltre, acquasantiera litica del 700. Si dice che al sotterraneo fosse legato un curioso episodio perché, come si apriva la botola d’ingresso, un campanello suonava da solo. Degna di una visita è anche la cappella di Sant’Antonio. Nella chiesa dell’Immacolata sono conservate le seguenti opere: statue dei SS. Cosma e Damiano; Sant’Anna con la Madonna; San Giuseppe; Addolorata.; un dipinto di S. Armetrano del 1949 raffigurante S. Liberata. Sulla destra altre statue: Sacro Cuore, S. Antonio, Immacolata, S. Francesco di Paola. I mosaici raffigurano la Deposizione, il Cenacolo, la Vergine SS. ma. Tra le tradizioni più belle, vi era quella delle nozze, oggi, purtroppo scomparsa, nota col nome: cantare lu liettu. Le amiche della sposa il giorno delle nozze, portavano il corredo dalla casa della ragazza a quella del futuro marito, prima dell’andata in chiesa. Il corteo percorreva le strade che dividevano le due abitazioni ballando al suono del tamburello e cantando versi beneaugurali. Giunti a destinazione, posavano il corredo sul letto nuziale, poi vi salivano sopra danzando, fino a metterlo sottosopra. Durante la cerimonia, inoltre, gli amici dello sposo offrivano la pitta (focaccia) agli amici della sposa; era detto il cullaccio, un pane rituale che la sposa stessa provvedeva a spezzare e distribuire. A celebrazione avvenuta, la suocera aspettava la nuora sull’uscio di casa e le offriva un bicchiere di miele. Nel caso di un decesso, come in altri paesi della Calabria, si spegneva il focolare e le donne con i capelli spettinati, iniziavano il lamento funebre sedendo sulla soglia del focolare o sopra dei materassi gettati a terra. Gli uomini col cappello in testa e il mantello sulle spalle, coprivano il loro viso, non essendo dignitoso mostrare le lacrime. In molti paesi quando moriva qualcuno, si poneva il cadavere con i piedi verso la porta perché egli potesse andarsene senza ostacoli e perché la sua anima non rimanesse nella stanza. A tal fine, si lasciavano i piedi non legati. A Trebisacce, gli si metteva accanto anche un bicchiere d’acqua ed un tozzo di pane, perché si pensava che il defunto quando la sera veniva lasciato da solo, dovesse avere la possibilità di cibarsene; anzi stavano bene attenti a chiudere la porta col timore che, se guardato, rifiutasse di mangiare. Il rituale si ripeteva per tre sere consecutive nella stanza dove era avvenuto il decesso. Se si aveva il sospetto che il cibo non era stato toccato, era necessario fare qualcos’altro perché poteva darsi che lo spirito del morto si aggirasse ancora per la casa. Il vestito popolare prevedeva: "Donna. Gonna color feccia; corpetto con galloni; maniche staccate; pannello in testa. Uomo. Vesti da pescatori, tranne i mulattieri ch’hanno il cervone". Tratto da L.Bilotto - Itinerari della provincia di CS
LAVIOLA S., Trebisacce 1770-1870, in appendice catasto e rivele, Trebisacce, Ionica, 1978. |